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Le aquile della notte

aquilenotte

Torino, ottobre 1927. Anita e Clara dodicenni frequentano la seconda A all’Istituto femminile professionale a indirizzo commerciale Maria Laetitia. La professoressa di grammatica sta spiegando, ma loro sono abilissime nel fingere di seguire la lezione mentre fanno tutt’altro: rispettivamente disegnare abiti sul quaderno a righe (ma in matita e con tratto leggero, per poterli cancellare) e leggere I pirati della Malesia sotto al banco (la posizione nascosta non permette di vedere la prima riga di ogni pagina, ma Clara è intelligente e la intuisce). Anita è “una brunetta bella come una mela croccante appena lavata”, la più bella della scuola, Clara è senz’altro meno appariscente ma è la più brava e intelligente: sono migliori amiche, ognuna fiera delle qualità dell’altra. Parlano di moda e fantasticano sul loro futuro: lavoro, matrimonio e figli, con le aspettative che solo gli adolescenti possono avere, incuranti dell’epoca in cui vivono… Torino, settembre 1935. La porta della camera da letto di Anita si spalanca sul suo sonno, troppo presto (o almeno così le sembra) e l’uragano Mariele, che poi sarebbe sua madre, la butta giù dal letto senza troppe cerimonie: non andrà al lavoro, oggi – ebbene sì, lavora! E non fa l’attrice o la stilista, ma la dattilografa! E le piace pure! “Santa polenta!” Che direbbe l’Anita dodicenne?! – ma a comperare il suo vestito da sposa alla Merveilleuse, la Manifattura Confezioni per Signora, prestigiosa e spettacolare casa di moda torinese. Ansie e contrarietà si dissolvono davanti alle tre gigantesche insegne, e per due secondi Anita torna a essere la dodicenne che disegnava vestiti invece della donna che ha posticipato il matrimonio per poter lavorare. Matrimonio che ormai si avvicina e che la fa rodere, nonostante Corrado non sia solo un ottimo partito, ma anche proprio come lei lo voleva.

Quarto romanzo della serie dedicata ad Anita Bo e, a quanto pare, il penultimo secondo le indicazioni di Alice Basso che, come ha dichiarato in un’intervista a Mangialibri, non ama le serie troppo lunghe, privando così molto presto delle loro eroine i lettori affezionati, sedotti e abbandonati. In questo volume, tuttavia, si percepisce il peso dei precedenti: l’inizio è un po’ lento e il riassunto degli altri è un po’ troppo marcato, e il clima è un po’ troppo rosa, la parte interessante e più movimentata è concentrata infatti nella seconda metà, ma il taglio fresco e sbarazzino è mantenuto. La Basso sa giocare con parole ed espressioni, le vezzeggia, le coccola, sa inventare graziosi neologismi che danno freschezza e leggerezza, ha uno stile delizioso, dolce e spiritoso: leggerla trasmette pace e benessere. L’uso di espressioni dialettali piemontesi e della cultura anche enogastronomica dà spessore e realismo e contestualizza ancora di più la storia. In opposizione alla freschezza frizzante di Anita, il fascismo e le sue oppressioni raccontati “tra le righe”, quasi come se non fosse il vero obiettivo dell’autrice, ma piuttosto un problema collaterale: eppure la critica, la resistenza e l’insegnamento si percepiscono forti e chiari. Il caso è ben strutturato e Anita compie un percorso di crescita personale che la rende più vera. Il lavoro di studio e ricerca che c’è dietro, comunque, non sfugge al lettore più attento, un plauso ad Alice Basso per la sua accuratezza.