Salta al contenuto principale

Le Case del soldato

Le Case del soldato

La guerra, per chi non la vive sul campo, mostra di sé mille e mille facce - propagandistiche per lo più - e le immagini di ciò che accade sui vari fronti vengono spesso considerate artificiose, di parte, appunto progettate per un uso ben preciso. Questo è un aspetto verticale, perché comune a tutte le guerre di tutte le epoche, ma la verità è che la vita del soldato al fronte è un’altalena di noia nelle retrovie e di paura nelle prime linee. L’unico punto certo e inevitabile è che in guerra si muore. Si muore male, crudelmente e senza pietà. Tra le mille facce di un conflitto c’è anche quello della gestione dello stato d’animo dei soldati e dei loro aspetti comportamentali, che tendono all’aggressività e alla depressione dello spirito. La Grande Guerra, riguardo a tutto questo, non fa eccezione, tant’è che nel 1915 la psichiatria militare subisce uno sviluppo velocissimo, nonostante all’epoca fosse diffusa la tendenza a negare la matrice bellica dei traumi, poiché i soldati andavano prima di tutto preparati per tornare al fronte e non considerati vittime da curare. Ma ben presto il Regio Governo deve mettere sul tavolo la questione, già peraltro affrontata seppur in modo marginale a cavallo del cambio di secolo. L’aspetto è duplice: mantenere alto lo spirito combattivo e patriottico, preservandolo e, allo stesso tempo, evitando che, nel tempo libero dal servizio, quello stesso sentimento non si sfoghi contro i civili o che il soldato ceda alle tentazioni di alcol e prostituzione. Da questi presupposti nascono le Case del soldato, le prime tra il 1912 e il 1913, piccoli luoghi di aggregazione sia al fronte ma anche nelle grandi città e nei piccoli paesi, con minuscole biblioteche, sale di scrittura e ricreative, gestite principalmente dai cappellani militari. Nel tempo, e con l’entrata in guerra dell’Italia, le Case del soldato crescono e si sviluppano nei servizi offerti ai soldati, di modo che la loro integrità e la loro energia non vengano mai meno...

Tra i principali sostenitori e organizzatori della Case del soldato, chiamato dal “Capo” Cadorna in persona, ci fu il sacerdote abruzzese don Giovanni Minozzi, animato sia da un sincero spirito paternalistico verso quei soldati di estrazione contadina strappati dalla loro terra e gettati in mezzo a una guerra di cui non capivano né lo scopo né la burocrazia militare fatta di logica e ordini spesso per loro incomprensibili, sia dal timore che la guerra spingesse i soldati a quello che il prete definiva come un “triplice contagio: sovversivo, alcolico e pornografico”. Temeva cioè che la guerra rompesse quelle regole di subordinazione sociale, instillando certe pericolose idee di cambiamento, sovversivo appunto, oltre che spingere i soldati all’abuso di bevande alcoliche e alla promiscuità sessuale con prostitute e, addirittura, altri commilitoni. Organizzare dunque il tempo libero di un esercito, in tempo di pace ma soprattutto in tempo di guerra, diviene quindi un’attività di indubbia importanza per gli alti comandi, da fare in un ambiente sicuro, lontano da sesso, alcol e socialismo, perché i soldati dimentichino gli orrori della guerra ma allo stesso tempo non perdano i valori patriottici e religiosi. Un luogo, come dice ancora il prete abruzzese, in cui “dare una risposta alla spaccatura in atto fra guerra e paese, fra vita di trincea e vita normale senza perdere il controllo di entrambe”. Nel corso del tempo le Case del soldato diventano luoghi in cui entra la musica, anche quella americana, animate da associazioni nazionali e straniere come la Young men’s christian associations, YMCA o Fratellanza universale, che divennero mano a mano sempre più protagoniste nella gestione di questi centri di aggregazione e controllo dei militari. Anche su altri fronti, come quello francese e tedesco, nascono i Foyers du soldat e i Soldatenheimen, sorte con il medesimo scopo di “proteggere” il soldato e preservarlo. In definitiva: che impatto reale ebbero le Case del Soldato rispetto all’esito e alla gestione della Grande Guerra? Secondo Irene Guerrini e Marco Pluviano, studiosi appassionati della storia della prima metà del Novecento e autori del saggio, esse contribuirono davvero alla tenuta delle truppe, grazie soprattutto alla loro “apoliticità” e a una presenza discreta di ufficiali e autorità. Contribuirono anche al non disfacimento dell’esercito durante la famosa rotta di Caporetto, dando almeno un po’ di sollievo e distrazione alle truppe in ritirata, mentre tutti temevano che un’invasione avrebbe sommerso tutta la nazione.