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Le ciociare di Capizzi

Sicilia, Seconda Guerra Mondiale. L’operazione Husky è il nome in codice dello sbarco alleato sulle coste siciliane per l’avvio della Campagna d’Italia. Capizzi è il punto di partenza dal quale avanza il IV Tabor, truppe di “goumiers” (reclutati nelle montagne tra Marocco e Algeria come supporto alla III Divisione americana), autorizzati a fare della popolazione civile bottino di guerra. E delle donne, oggetto di stupro e violenza. Violenza liquidata con il neologismo “marocchinate”, a sminuirne la portata, dirottando l’attenzione verso la presunta ruvidità della popolazione nord africana. Giacomina è la ragazza più bella di Capizzi. In attesa che la famiglia le assegni un marito, trascorre le sue giornate a rimandare i sogni e a sperare nella fine della guerra. L’arrivo dei soldati marocchini è così repentino da non avere il tempo di nascondersi. Giacomina non ha scampo e finisce vittima di una brutale violenza di gruppo, sotto gli occhi della madre e del padre. Uguale sorte per le altre ragazze del paese. Niente potrà essere più come prima. Il peso che ciascuna di quelle donne ha dovuto portare con sé per il resto della vita non si può raccontare. Nel silenzio della scelta di non denunciare come esercizio di oblio e nella certezza di non essere ascoltate. E dove non c’è giustizia, c’è vendetta: i capitini, a modo loro, trovano la via per lavare l’onta delle loro donne…

Capizzi, purtroppo, non rappresenta un episodio isolato: la pratica dello stupro durante la guerra è presente a diverse latitudini e in diversi scorci temporali, a testimoniarne la portata globale. In copertina, infatti, l’immagine di Cesira (nell’indimenticabile interpretazione di Sophia Loren) disperata per lo stupro della figlia Rosetta dell’intenso film di Vittorio De Sica La ciociara. Marinella Fiume, siciliana doc e appassionata di parole e umanità, premiata per il suo impegno sociale e la sua produzione letteraria, ha saputo coordinare un notevole lavoro di ricerca e scrivere una pagina della storia siciliana (e non solo) degna di tornare alla luce per riconciliarsi con un passato decisamente difficile da accettare. La ricostruzione storica, però, non intende, in nessun modo e per dichiarata ammissione dell’autrice, farne una questione etnica quanto un necessario evidenziare le responsabilità militari e culturali del patriarcale Occidente e ricordare che la guerra (tutte le guerre!) significa mancanza di umanità, assenza di pietà. Interessanti i contributi di Giuseppe Vivaldi Maimone, veterinario appassionato di storia militare, per l’inquadramento storico e di Maria Pia Fontana per l’approfondimento psicosociale sugli stupri di guerra. Il saggio è ulteriormente impreziosito dalle immagini d’epoca e dalle testimonianze dirette delle nipoti e dei nipoti di quelle donne e di quegli uomini, che rendono la ricerca un racconto corale, coinvolgente ed emozionante.