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Le città e i giorni

Le città e i giorni

Maurizio, nonostante sia diventato padre da poco, sembra aver “smarrito per strada la bussola e l’orologio”. All’estero è riuscito a metter su famiglia e a costruirsi una rispettabile carriera, eppure sente di abitare in uno “spazio immateriale” sospeso tra Parigi e Milano, “in viaggio verso un orizzonte sempre più simile al nulla”. Suo padre, noto e stimato architetto, gli offre con insistenza un’ottima opportunità lavorativa a Milano, gli propone il prestigioso ruolo di responsabile di progetto per la costruzione di un moderno grattacielo nell’area della vecchia Fiera. Maurizio è fortemente combattuto. Deve ammettere che la sua attuale professione è solo una scelta di ripiego e persino la moglie Consuelo ormai da tempo vorrebbe trasferirsi in Italia. L’architettura per lui è più di una “vocazione ascetica” poiché rappresenta un “destino familiare” ma talvolta può divenire anche un “lavoro sporco”, macchiato dai peggiori vizi capitali. Il rientro a Milano, la solida patria che aveva lasciato per seguire l’ideale di libera emancipazione, rappresenta una seducente attrattiva... Emanuele ad ogni nuova partenza percepisce un autentico risveglio interiore. Dopo una breve esperienza come cooperante umanitario in Costa d’Avorio e una missione in un campo profughi congolese, una nuova destinazione lo attende: la Repubblica Centrafricana. Un territorio ostile “in cui la miseria e i conflitti sono lo stato permanente delle cose”. Una vocazione non completamente decifrabile, a tratti persino oscura. Dal suo passato emerge un inconfessabile segreto proprio quando viene incaricato di seguire l’inchiesta, relativa a presunti casi di violenze sessuali su minori compiute da alcuni militari dell’esercito francese. Emanuele “comincia a sentire sul collo l’alito della disfatta”...

Filippo D’Angelo con Le città e i giorni “scava sotto la superficie delle azioni e dei discorsi umani per individuare i moventi profondi, le tensioni, i conflitti che ne sono alla base e che forse solo l’arte rende capaci di vedere”. Con queste parole Gianluigi Simonetti descrive il titolo che ha proposto per il Premio Strega 2024. D’Angelo, traduttore e scrittore ligure classe 1973, vive tra Genova e Parigi e dirige la rivista culturale “Snaporaz”. Dodici anni dopo la pubblicazione del suo romanzo d’esordio, La fine dell’altro mondo, torna in libreria con il secondo romanzo edito da nottetempo. Un testo piacevole che si snoda attraverso la successione di intervalli spazio-temporali differenti. Il lettore osserva i due protagonisti, Maurizio ed Emanuele, sopravvivere a loro stessi, attraverso una serie di prove ed errori, turbamenti emotivi, obiettivi mancati, vocazioni personali ed ambizioni professionali non sempre autentiche. Il lettore, al pari di uno spettatore attento, li guarda sbagliare, drammatizzare, tradire ed ingannare senza la pretesa superiorità di un implacabile giudizio perché la loro respingente debolezza è propria della condizione di umana vulnerabilità. Due fratelli profondamente diversi che hanno superato la soglia dei trent’anni. Due giovani adulti incompiuti, contraddittori, egocentrici e desiderosi di sciogliere i soffocanti vincoli affettivi d’appartenenza. Due espatriati in cerca di un posto nel mondo in cui riconoscersi, “lacerati tra paese d’origine e paese d’elezione”. Maurizio, che viveva a Parigi con la moglie argentina Consuelo e la figlia Cristina, torna a Milano, infastidito dall’opprimente insistenza del padre, per occuparsi dell’innovativo ed “ambizioso progetto di un’archistar americana”. Emanuele, cooperante umanitario in Bangui, nella Repubblica Centrafricana, nasconde un disdicevole segreto, un passato ambiguo che ancora lo tormenta. Due realtà che appaiono agli antipodi ma celano invece sottili similitudini. Ad emergere è una circolarità perfetta, frutto del flusso vitale inspiegabilmente coerente e perfettamente sincronizzato. Nulla accade per caso come rivela l’inaspettato epilogo finale. La costante alternanza dei capitoli, la narrazione in terza persona e l’uso accurato di tempi verbali differenti (le vicende di Maurizio sono maggiormente dilatate, raccontate al passato, mentre Emanuele, con l’aggiunta di inserti diaristici, è impegnato a vivere il suo presente) rendono interessante la costruzione narrativa. La scrittura è raffinata ed elegantemente ricercata. Davvero interessante è il racconto di un tessuto urbano che diviene anch’esso protagonista. L’autore inserisce insoliti riferimenti ad architetture, spesso frutto di una rivisitazione fantasiosa, capaci di comunicare proprio come fossero personaggi. D’angelo racconta di città-padri, luoghi di dominazione che riflettono la nostra volontà di potenza e città-madri che invece proteggono, talvolta imprigionano. Avvicinando o respingendo tali realtà, sintetizziamo il nostro bisogno di evolvere, dove presente e passato spesso finiscono per coincidere.