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Le confessioni di una concubina

Le confessioni di una concubina

A volte Misia si sente davvero bella. Si guarda allo specchio e osserva il riflesso del suo viso, le labbra piccole e carnose, le lentiggini intorno al naso, gli occhi turchesi e i capelli rossi e serici. In quei momenti, vedere che il marito non fa che ignorarla la ferisce terribilmente: si sente irrilevante e trasparente agli occhi dell’uomo che ha sposato e questa sensazione è avvilente e davvero difficile da accettare. Afferra con rabbia il mollettone con il quale ferma i capelli che ha raccolto e il morso di plastica con cui li imprigiona ferisce allo stesso modo il suo animo e il suo amor proprio. La cosa più triste è che lui manco si accorge della rabbia della moglie. La guarda di sfuggita, come se davvero non esistesse, e torna a fare le sue cose, con noncuranza. Lei ricaccia indietro le lacrime e pensa che domani le cose cambieranno o magari cambierà lei. Al lavoro, invece, chi le fa i complimenti c’è, eccome. Si tratta di Pietro, che anche in questo momento le sta ripetendo che il nuovo taglio di capelli le dona moltissimo. Misia avvampa e abbassa lo sguardo. Non è abituata ai complimenti, lei, e non sa come reagire. Ha desiderato per tanto tempo che le parole lusinghiere che ha appena sentito uscissero dalla bocca del marito e ora, che è un collega di lavoro a riempirla di attenzioni, sente un brivido attraversarle il corpo ed un piacere intenso propagarsi in ogni fibra del suo essere. Pietro lavora in amministrazione e, a dire il vero, Misia non aveva fatto caso alla sua bocca sempre sorridente e ai suoi capelli scuri, finché lo sguardo insistente dell’uomo non ha agganciato il suo. Hanno cominciato a salutarsi e Pietro ha cercato continue occasioni per rivolgerle la parola. Poi sono arrivati i primi complimenti, le prime lusinghe, quegli apprezzamenti che per lei sono da tempo merce rara e di cui ha tanto bisogno…

Una ragazza ingenua, schiacciata da una madre opportunista e calcolatrice, che cerca sicurezza tra le braccia di un uomo, del quale finirà per diventare la moglie, inizialmente tranquillo e affidabile, ma in realtà completamente anaffettivo e subdolo. Un matrimonio grigio e noioso – per sopravvivere al quale non è sufficiente neppure ricercare il sorriso del collega di lavoro apparentemente gentile, ossequioso e interessato (ma si tratta una volta ancora di una chimera) – che innesca una spirale di violenza verbale, psicologica oltre che fisica nei confronti di una giovane donna sempre più spenta, chiusa in se stessa e convinta di valere meno di nulla. Una vita che perde ogni colore e si tinge di amarezza, di vuoto e di disperazione. Roberta Mezzabarba, poetessa e scrittrice viterbese, affronta nel suo terzo romanzo un tema tristemente noto alle cronache quotidiane, quella violenza di genere subdola e strisciante che è diventato un vero cancro della nostra società. E lo fa servendosi di una protagonista fragilissima, succube dell’uomo che ha sposato, della famiglia di origine e anche della sua stessa ingenuità, talmente profonda da risultare, in alcune parti della narrazione, inaccettabile. Con uno stile estremamente semplice, la voce narrante racconta episodi durissimi della sua vita unicamente dal proprio punto di vista; sua è la disperazione, sua la consapevolezza di aver toccato il fondo. In questo contesto, la presenza degli altri personaggi della storia – purtroppo non troppo approfonditi dal punto di vista emotivo – ha l’unica funzione di detonatore dei sentimenti più nascosti della protagonista. Una silloge di 21 liriche, già vincitrice di diversi premi in forma autonoma, si intreccia alla narrazione e contribuisce a raccontare – in maniera più accurata rispetto alla prosa, in alcuni passaggi – la malinconia della protagonista e la sua lotta per tentare di ridare un senso alla propria esistenza.