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Le conseguenze

Le conseguenze

Anni Duemila, Irlanda, in una contea rurale del centro del Paese. Una di quelle popolate da località che cominciano per kill: “Kilbridge, Kilbryan, Kilcolagh, Kilcolman, Kilcooley, Kilcorkey, Kilfin, Kilglass…”. Manus Black, “il Capo” è un agricoltore che conta sulla forza lavoro dei propri figli, Hart e Cormac, e sui risparmi accumulati durante periodi fortunati: le banche concedevano prestiti per acquistare acri di terreno e bestiame, il latte era venduto a prezzi favorevoli. E poi, improvvisamente, scoppia “la bolla”. Le notizie delle crisi economica del mondo globalizzato arrivano prima della crisi stessa lì, ai margini dell’Europa e lontani dalle città d’affari. E ben presto è recessione. Quando gli investimenti si rivelano un disastro, il tenace capofamiglia tenta di resistere. Non vuole dichiararsi fallito, anzi: lavora ancora più duramente nella sua azienda. Prega, digiuna. Le penitenze e i sacrifici non bastano e, pochi anni dopo, nel 2014, arriva anche una diagnosi funesta: cancro. Testardamente, per convinzioni religiosa, Manus rifiuta di curarsi: se la malattia è un castigo divino, pagherà. E cercherà nella Bibbia le parole che guideranno il suo prossimo progetto: mettere fine alla sua stessa vita. Suicidarsi, ma con il benestare del Dio onnipotente. Chi pagherà le conseguenze di quelle che sembrano allucinazioni da morfina di un malato terminale? Intanto, entra in gioco la Giustizia, quella terrena, guidata da giudici in parrucca inquisitori e gelidi. Ogni sfumatura di amore sembra assumere i toni inquietanti dell’odio, e viceversa…

Odio e amore, assoluzione e condanna: tra questi capi di una pesante trama di sentimenti e ricostruzioni si dipana la storia di una famiglia irlandese nel decennio scorso. Negli anni che hanno dato un giro di vite al mondo, con la crisi economica che ha permeato anche l’economia reale dei paesi agricoli, fra gli allevamenti e i campi di foraggio. Si insinua qui un altro dei dilemmi che, solo negli ultimi decenni, inizia a sembrare meno lontano, meno estraneo a ognuno di noi. Come risolvere un’esistenza che da prospera è diventata magra, disperata e in più annientata dal dolore fisico e mortificante di una malattia incurabile? Chi decide? Noi stessi, le nostre discendenze, i giudici? Oppure Dio, che ha parlato attraverso le Sacre Scritture? Dilemmi di odio e di amore, di assoluzione e condanna. E tutto ciò accade tra le righe di una scrittura fredda, feroce, a tratti cinica che, in certi capitoli dipanati in sole due, tre taglientissime righe, evoca il Faulkner di Mentre morivo - opera magnifica e abbastanza impenetrabile sulle conseguenze della morte di un genitore in un tempo infame. Questo romanzo è invece europeo, irlandese ed è stato pubblicato nel 2021 da una casa editrice nata solo un anno prima, nel pieno della pandemia di Covid-19 e coraggiosamente chiamata pessime idee. Altrettanto coraggioso è il titolo originale scelto dall’autrice: The wild laughter, La risata selvaggia. In un’intervista, l’autrice ha chiarito che si tratta di un verso dalla commedia di Shakespeare Pene d’amor perdute: “Suscitare risa sfrenate nella gola della morte? Non si può, è impossibile; l’allegria non può commuovere un’anima agonizzante”.