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Le dimensioni del vuoto

Le dimensioni del vuoto

Siamo portati a pensare al bambino come a un piccolo uomo felice e spensierato, assolutamente libero dalle angosce e dalle preoccupazioni tipiche della vita degli adulti, ma è un modo sbagliato di guardare all’infanzia. Questo periodo della vita si porta spesso con sé paure, sofferenze e frustrazioni, i più piccoli possono essere spinti dalle vicende tipiche della loro età a vivere in modo tormentato e a maturare persino una particolare curiosità verso la morte. Il bambino si avvicina per la prima volta all’idea che l’esistenza debba terminare quando ancora neonato si separa dalla madre, in quel momento subisce un allontanamento per lui equivalente per l’appunto alla morte, che per adesso ritiene un evento reversibile poiché si rende conto del ritorno della madre malgrado il distacco subito. Crescendo, almeno fino al settimo anno, il bambino inizia a identificare la morte con gli esseri fantastici che lo spaventano, che ritiene potrebbero ferirlo e ucciderlo, come l’uomo nero o la strega cattiva. Ma è ancora lontano da una concezione universale e ineluttabile del decesso, dal concepire quindi l’evento conclusivo della vita come un epilogo spiacevole destinato a ogni uomo. Con la pubertà questa certezza inizia a delinearsi, ma se ci spingiamo a riflettere sulla volontà del suicidio di solito quest’ultima non può emergere prima dell’adolescenza, quando il giovane apprende la capacità di programmare le cose e lo spazio, che prevede inevitabilmente di essere in grado di fare delle scelte. Togliersi la vita è infatti una scelta. Ecco perché i casi di suicidio tra l’infanzia e la preadolescenza sono estremamente rari. Le ricerche che interessano i casi di giovani che hanno cercato di togliersi la vita fanno emergere, tra le motivazioni più frequenti, la sensazione di essere rifiutati dai coetanei e dalla famiglia, che porta alla paura per la solitudine, e in generale le preoccupazioni per il proprio futuro. Ma non sempre questi ragazzi, malgrado abbiano maturato la capacità di programmazione mentale, sono pienamente coscienti di cosa veramente comporti uccidersi. Dalle ricerche effettuate da alcuni studiosi interessati all’argomento, svolte su degli adolescenti della contea di Oxford che hanno tentato il suicidio ingerendo una forte quantità di farmici, si apprezza una discrepanza tra la considerevole percentuale di coloro che hanno sostenuto di essere stati assolutamente intenzionati a farla finita e i pochi operatori sanitari, che hanno dichiarato di credere a quanto è stato detto da questi incauti giovani. A livello inconscio l’adolescente ritiene ancora il suicidio un evento temporaneo, che permette di fuggire da una situazione sgradevole...

Lo studio di Crepet sul suicidio ha una base solida a livello scientifico, che emerge attraverso i costanti riferimenti ai contributi dei maggiori ricercatori impegnati sul tema, a iniziare dalle teorie del dottor Freud. Il messaggio dell’autore è di interessarsi costantemente al lavoro dei colleghi, allo scopo di attivare rapporti persino interdisciplinari per unire i saperi raccolti sulle cause del suicidio in età giovanile, che da questo saggio risulta una tendenza tipica delle società pienamente sviluppate, caratterizzate da un alto tenore di vita. Crepet cita la teoria per cui le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo maturano un risentimento tale per le loro misere condizioni, da concentrare i propri interessi su un sentimento di rivalsa dalla sofferenza e dalla povertà. Ne Le dimensioni del vuoto si affrontano le cause che hanno determinato nel mondo occidentale negli ultimi decenni un inarrestabile incremento dei suicidi, a iniziare dagli adolescenti fino agli anziani, anche se il numero dei casi tende a salire con l’aumento dell’età. Togliersi la vita sarebbe un gesto indotto da fattori legati alle difficoltà di stabilire rapporti sociali positivi con i propri familiari, con i coetanei, con i colleghi di lavoro e in generale con tutte le persone con cui si deve avere dei contatti; a queste condizioni si aggiungerebbero le difficoltà economiche e di affermazione professionale. Per molti studiosi, però, risulterebbe ancora più determinante lo stato psicologico del suicida, che può aver maturato comportamenti asociali, particolari forme di depressione, tendenze ossessivo compulsive o altri tipi di crisi della psiche. Infine sembra che la spinta a uccidersi possa essere dovuta a fattori genetici ereditari (interessanti le ricerche sui vari casi di gemelli che si sono tolti la vita), o dai bassi livelli di serotonina, un chiaro campanello d’allarme anche per i comportamenti violenti. E poiché farla finita significa farsi del male, Crepet analizza anche il fenomeno assai frequente tra gli adolescenti dell’autolesionismo e del tentato suicidio, quest’ultimo solitamente è l’inizio di un terribile percorso che porta al suicidio.