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Le dimore di Dio

Le dimore di Dio

In questa nostra modernità è la distanza, infinita e incolmabile, a segnare la dimora di Dio, comunque noi cerchiamo di immaginarla o di pensarla: Egli abita il paradiso, la Gerusalemme celeste, l’iperuranio. E tuttavia, ricordandoci che già una volta Dio è venuto a trovare noi, cioè si è incarnato nella storia, forse vale la pena di andare noi a cercarLo di nuovo. La divinità è sempre stata onnipresente nel mondo: abitava i nomi, secondo alcuni un unico tetragramma impronunciabile, secondo altri ben novantanove, o infiniti; oppure gli inferi, di cui la mitologia greca, latina, germanica ha indicato alcuni accessi nelle spelonche, nei vulcani, nelle cratofanie della natura; o ancora dimorava sulle vette di montagne e colli che sono a volte inaccessibili e a volte, al contrario, mèta di pellegrinaggi come l’ascesa, la ‘aliyah, a Gerusalemme. Altre volte l’itinerarium verso Dio è un itinerario della mente, come quello di San Bonaventura secondo la parola agostiniana: in interiore homine habitat veritas. Spesso, poi, a costruire dimore per Lui – simboliche, s’intende – sono state le comunità dei fedeli: sinagoghe, chiese, moschee per quel Dio che è lo stesso di Abramo, di Gesù, di Muhammad. E il tempio di volta in volta è stato di legno o pietra, fango o calcestruzzo; reso moschea da che era chiesa o chiesa da che era pantheon; è stato distrutto e ricostruito, ha custodito reliquie, occultato pietre sante; ha segnato il paesaggio mutevole attraverso la travagliata storia della “gente del Libro” e delle sue crociate, dei suoi commerci, delle sue preghiere...

Non stupisce che Franco Cardini, tra i più noti storici medievisti italiani, sia capace di mescolare nella sua scrittura fascino ed erudizione: non manca di darne ancora prova in questo bel saggio, senza cedere mai alla divulgazione spicciola o allo sterile sfoggio di cultura. I dieci capitoli intessono e snodano sentieri in molte direzioni, secondo una sorta di pellegrinaggio libresco attraverso le storie dell’antichità e del medioevo, le città sante, i luoghi e gli edifici in cui è manifesta la presenza del divino. È una scrittura viandante, a volte rapsodica, ma tutto sommato ordinata. Anche se non mancano riferimenti al passato più remoto, al tempo contemporaneo, a tradizioni lontane, nel complesso è consapevolmente limitato il periodo storico di cui l’autore tratta, così come è esplicita la scelta di concentrarsi sulle tre grandi tradizioni religiose monoteistiche che s’incontrano e si scontrano attorno al Mediterraneo: l’ebraica, la cristiana, l’islamica. Il punto di vista è quello di un obbediente cattolico, che si fa forte della consapevolezza che Dio è lo stesso, lo si chiami anche Elohim o, con una parola cugina, Allah. Questo saggio, nel complesso, è assai meno vago e suggestivo di quanto ci si potrebbe aspettare – e viene da dire: per fortuna, dacché con un argomento del genere il rischio di confezionare una fantasmagoria è dietro l’angolo. Quella di Cardini è una prosa colta, solida, non banale eppure mai manualistica: non poteva che risultarne una lettura interessante.