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Le donne di Ravensbrück

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Anna Maria Bruzzone incontra Lidia Beccaria Rolfi, sopravvissuta al campo di sterminio nazista di Ravensbrück, e le dà voce. È l’ottobre del 1943. Lidia, di estrazione contadina, diciottenne, cresciuta con l’indottrinamento coatto all’ideologia fascista, maestra di scuola elementare, riceve la nomina e a novembre raggiunge il paese di Torrette di Casteldelfino. La sera stessa del suo arrivo incontra alcuni ebrei che, fuggiti da Saluzzo e da Torino, le raccontano dei campi di concentramento. Sconvolta, nei giorni seguenti conosce alcuni partigiani e inizia a collaborare con loro. Diventa la loro “staffetta”. A marzo del 1944 viene arrestata dalla GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) di Bergamo, interrogata e torturata. Viene incarcerata prima a Cuneo, poi a Saluzzo e infine a Torino, dove resta tre mesi prima di essere inviata al campo di concentramento femminile di Ravensbrück. Lo scopo di questo campo, inizialmente, è quello della “rieducazione” delle deportate politiche antinaziste attraverso “un duro allenamento all’ordine, alla disciplina, alla pulizia e al lavoro”. Le inadatte al lavoro vengono inviate ai “trasporti neri” che altro non sono che deportazioni in massa di anziane, malate e inabili a campi di sterminio, o vengono soppresse in loco attraverso le camere a gas. Le donne che arrivano incinte vengono fatte abortire, anche se all’ottavo mese. Quelle che arrivano con bambini piccoli, vengono separate e dei piccoli non si sa più niente. Di quelli più grandi se ne salveranno pochi. Ben presto le SS si rendono conto di avere un esercito di schiave a bassissimo costo da rivendere all’industria tedesca, che non si fa scrupolo di approfittarne. Le umiliazioni, le privazioni, le torture, le punizioni e il duro lavoro in condizioni disumane hanno lo scopo di annientare, prima psicologicamente e poi fisicamente, le prigioniere. Alla voce di Lidia Beccaria Rolfi si aggiungono le testimonianze di altre deportate che riuscirono a sopravvivere a Ravensbrück; donne diverse per estrazione sociale e storia, ma accomunate dagli orrori patiti nel lager, che non le lasceranno mai veramente libere…

Il rifiuto per molti anni di raccontare - perché raccontare significa ricordare quando si vuole solo dimenticare -, il timore di non essere capite o addirittura credute e la paura di veder vacillare l’equilibrio riconquistato, sono stati per molto tempo compagni di queste donne. Queste preziose testimonianze raccontano fatti precisi, fanno nomi e cognomi di aguzzini e conniventi, analizzano ogni aspetto della vita nei lager, dal più misero al più commovente. Il tono è quasi sempre distaccato però, come a voler prendere emotivamente le distanze da un vissuto che fa ancora male. Un compendio di quanto in basso può arrivare l’essere umano se lasciato libero di tiranneggiare, torturare, umiliare, vessare i propri simili. Al contrario, racconta invece quanto può essere forte l’istinto di sopravvivenza portato fino all’estremo di una sovrumana determinazione a non soccombere, la coesione e la complicità che nasce spontanea fra esseri accomunati dalle stesse disgrazie, dalla necessità di sostenersi l’una l’altra per mantenere viva la fiamma della dignità della persona, nonostante la fame, le botte, le piaghe, il freddo, le umiliazioni costanti. Se non fosse storia potrebbe essere un romanzo horror e sarebbe comunque doloroso. Imprescindibile leggerlo per non dimenticare, affinché non accada mai più.