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Le farfalle di Sarajevo

Le farfalle di Sarajevo

Zora è una pittrice e un’insegnante di pittura. Nonostante la guerra alle porte, ha deciso di rimanere a Sarajevo per la sua arte - dipingere ponti e paesaggi - e per i suoi allievi: anche questa è una forma di resistenza. Del resto non immaginava che l’assedio della sua città sarebbe durato così tanto e sarebbe stato così crudele. Non ha dubbi quando lascia andare via in Inghilterra, al sicuro, Franjo, sua figlia e la madre: ma quello non è più posto per stare felici, sereni e soprattutto al sicuro. All’inizio prova a continuare la sua vita normale, fatta di lezioni, lunghe ore a dipingere mentre dal suo studio, situato all’ultimo piano della Vijećnica, l’edificio che ospita il municipio e la biblioteca della città, un posto d’onore per “la pittrice di ponti”, vede sfilare cortei di famiglie che protestano contro l’ondata crescente di assurda violenza. Chiude la finestra e dipinge, mentre Sarajevo cambia la sua fisionomia e pian piano le vengono sottratte tutte le certezze: prima lo studio, poi la libertà di circolare, per le strade prese di mira dai cecchini, poi l’energia elettrica, il cibo, il telefono, finanche l’identità. Lei è serba, in una città che è cinta d’assedio proprio dai serbi. Zora non capisce bene cosa sta succedendo, non lo capisce subito: è tutto così assurdo, anche il buco profondo nel muro della casa di Mirsad, il vicino che l’aiuta e le fa compagnia: anche lui è solo, la moglie, croata, è subito andata via; il figlio Samir ha cercato riparo altrove per non essere costretto ad indossare una divisa e combattere. Il cibo scarseggia, l’acqua corrente non c’è più e la corrente elettrica arriva beffarda solo nel cuore della notte. Proprio in una di quelle pause notturne, mentre ne approfitta per passare l’aspirapolvere, la televisione manda un’immagine agghiacciante: i bombardamenti sono arrivati a Vijećnica, la biblioteca ed il suo studio sono in fiamme. Corre per strada, ma Mirsad la ferma: non c’è più nulla da fare, per le strade solo un gran calore e cenere di carta annerita che cade dall’alto, come farfalle nere che occupano il cielo di Sarajevo. Non si è salvato neanche un quadro: realizza allora che anche Zora, la “pittrice di ponti”, è morta.

Le farfalle di Sarajevo è il potente romanzo d’esordio della scrittrice inglese, di origini jugoslave, Priscilla Morris, cresciuta fra l’Inghilterra e Sarajevo, luogo d’origine della sua famiglia materna. Non è un racconto autobiografico, giacché Priscilla non ha vissuto i tristi giorni della distruzione, umana e culturale, di Sarajevo, ma è certamente un romanzo biografico dal momento che raccoglie e trasforma le storie del prozio Dobrivoje Belikašić, pittore fuggito appunto in Inghilterra da Sarajevo nel 1992 dopo l’incendio della Biblioteca Nazionale e del suo studio; e del padre che nel 1993 salvò i suoceri dalla rovina della sua città. Ma è soprattutto un romanzo di un certo tipo di resistenza, di chi non accetta, resiliente, l’avversità della sorte e preferisce continuare a coltivare la bellezza. Zora trascorre le sue giornate isolandosi nella pittura, superando la fame e l’umiliazione attraverso l’arte dei colori, la loro vividezza; Mirsad fa lo stesso con i libri: due modi differenti, ma simili, di non rinunciare alla propria natura umana. Pur non essendo un romanzo autobiografico è un romanzo di famiglia, che esplora la paura e la speranza, che esplora gli affetti, che descrive le distanze enormi fra le miserie umane, ma costruisce ponti per poter andare e tornare, sopravvivere e poi vivere di nuovo. È un romanzo di luci e colori, una tavolozza di sensazioni e di odori che si mescolano, di fame e di espedienti.