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Le figlie di Cartagine

Le figlie di Cartagine

Roma, 264 a.C. Mentre infuria una violenta tempesta primaverile, una bambina si aggira nello studio del padre tra pergamene arrotolate, tavolette di cera, calamai e pennini decorati con simboli che tradiscono l’origine punica della famiglia, come il nome stesso della bambina, Elissa. Un nome impegnativo per i suoi dieci anni, ma Elissa ne onora il significato con un carattere indomito e un coraggio più grande di lei, che non esita a richiamare nel momento in cui la casa di suo padre, il mercante cartaginese Meret, riceve la visita di uno dei suoi principali e più influenti clienti, il senatore Gneo Cornelio Scipione. Non è una visita di cortesia, la sua, e alla bambina è subito chiaro che, per quanto la famiglia di Meret viva a Roma da anni, non saranno mai considerati i benvenuti. La tensione che serpeggia tra Cartagine e Roma è palpabile e gravi conseguenze aleggiano nell’aria, minacciando l’esistenza che Elissa ha conosciuto fino a quel momento, insieme a quella del fratello ancora non nato…

Già autore di una trilogia dedicata alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, Andrea Oliverio si cimenta in un altro romanzo storico ambientato nell’antica Roma. Centrale qui è la prima guerra punica, presenza costante dietro le quinte rispetto alle vicende delle protagoniste, di cui influenza però profondamente le esistenze. L’autore, fedele all’atmosfera dell’epoca di cui scrive, fa ampio uso di tòpoi presi in prestito dalle tragedie tanto care al pubblico greco e romano: neonati orfani cresciuti da famiglie patrizie ignare delle loro reali origini, fanciulle indotte al mestiere di etèra, il servus – o, in questo caso, il libertus – astutus, ricongiungimenti tra famigliari dopo dolorose peripezie... Un romanzo di facile leggibilità, storicamente preciso ma non pedante, ma che pecca di dialoghi a tratti molto teatralizzati e poco verosimili, soprattutto se pronunciati da bambine di sei e dieci anni – capita spesso di dimenticarsi della reale età delle protagoniste. Particolarmente dolente è la parentesi sui personaggi, dalla psicologia poco approfondita e tendenzialmente statici – gli antagonisti sono tali al 100% senza alcuna sfumatura e i protagonisti non hanno alcuna macchia morale, mentre i personaggi secondari sono tutto sommato dimenticabili. Si salva, in una certa misura, il personaggio di Atilia, il cui arco narrativo conosce sviluppi di maggiore interesse fino al suo – sinceramente – inaspettato finale, che aiuta a dimenticare l’anticlimatico “mistero” svelato fin dalle prime pagine del romanzo. Il romanzo termina con un dialogo che lascia intendere futuri sequel, considerato il personaggio da cui provengono le parole conclusive, ossia colui che, dopo Brenno il gallo, minacciò seriamente la sicurezza della città eterna.