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Le formiche cantano sotto la neve

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È venerdì. La telefonata arriva mentre Anna si appresta a rientrare a casa all’ora di cena. La voce di Alberto pare arrivare da un luogo e un tempo lontani, ma lasciati da poco. Anna è percorsa da vibrazioni che parlano di un grande affetto e di ricordi sepolti, che riemergono in tutta la loro potenza. Alberto le comunica che Amalia non c’è, se n’è andata, è scappata. Anna riesce solo a dire che lo raggiungerà il mattino successivo e che conta di essere da lui prima di pranzo. Poi rimette il cellulare in borsa e prosegue la strada verso casa, mentre il freddo di febbraio taglia l’aria e lascia domande senza risposte. Amalia, la sua amica di una vita, è scomparsa da due giorni, secondo Alberto, e pare essersene andata di propria volontà. Amalia è forte e coraggiosa, è una tipa che non ascolta nessuno e fa sempre tutto di testa sua, ma non è una che scappa, anche perché è una donna solida, che ha da tempo tracciato il proprio percorso e lo ha sempre perseguito, senza cedere alla lusinga di qualche deviazione. Anna e Amalia si sono conosciute all’università, durante il loro primo anno presso la facoltà di Giurisprudenza. Erano all’epoca entrambe diciannovenni senza un soldo e alla ricerca di una stanza. Trovato un piccolo trilocale a poca distanza dall’università con un canone d’affitto abbordabile per entrambe, le due hanno poi condiviso anche lo stesso lavoro di cameriere presso un ristorante. Al lavoro tutti i venerdì sera e ogni fine settimana. Senza saperlo e pur non conoscendosi ancora, hanno condiviso anche gli anni che hanno preceduto il loro incontro. Simili le famiglie di provenienza e aridi e violenti allo stesso modo i padri di entrambe. Di quei tempi lontani e bui Anna ricorda molto bene la madre, donna esile e fragile, dai modi raffinati e dalla pelle candida come la luna. Ogni giorno la donna rientrava a casa alle cinque e mezza del pomeriggio, dopo essersi spezzata le mani cucendo giacche di alta sartoria da uomo - il genere di uomo che mai aveva conosciuto - in una catena di montaggio. La vita di sua madre è stata un passaggio continuo e mansueto da padrone a padrone: il titolare della sua azienda da un lato e il marito dall’altro…

Due amiche, due giovani donne complementari che condividono la stessa esperienza traumatica: un’infanzia difficile e triste, a causa di una figura paterna violenta e maschilista; un uomo rozzo ed incapace di vedere nella donna un ruolo diverso da quello che la sua gretta cultura gli ha inculcato e che consiste nel servire a testa bassa e in silenzio il pater familias, l’unico vero padrone. Una realtà nella quale la legge del patriarcato è l’unica vigente, mentre le donne altro non sono che soprammobili dipendenti, in tutto e per tutto, dalla volontà dell’uomo di casa. Due esistenze segnate dal dolore e dall’anaffettività quindi, per Anna e Amalia. Mentre la prima, però, pare rassegnarsi alla vita che il destino ha disegnato per lei - una vita fatta di continui divieti e di mille prevaricazioni -, la seconda non ci sta e si ribella. Studia, si affranca dalla sua situazione di disagio, si innamora, si sposa e, quando sembra che la sua sia una storia di rinascita e vittoria, sparisce. E sarà l’amica, incinta, a mettersi sulle tracce della compagna di sempre e a ripercorrere le strade di un passato fatto di violenza e paura, di disperazione e sgomento, fino alla scoperta di una verità che possa finalmente consentire di scendere a patti con il proprio dolore e salvarsi. Una storia doppia, piena di significati nascosti e di situazioni in crescendo piuttosto complesse, tanto che il lettore potrà risolvere l’intricata matassa, che si nasconde dietro l’esistenza delle due protagoniste, solo alle ultime pagine del romanzo. Ilaria Boria - marchigiana di origine ma residente a Como, laurea in giurisprudenza e dottorato di ricerca, scrittura elegante e diretta per il suo esordio letterario - affronta in questo romanzo il delicato tema della complessità delle relazioni umane e dei legami familiari, approfondisce il concetto di sofferenza e di empatia e pone al lettore un interessante interrogativo di fondo: il dolore altrui consente di sopravvivere al proprio? Richiamando alla mente la famosa favola di Esopo, la Boria ripropone la storia della cicala e della formica con una diversa chiave di lettura. Anna e Amalia sono resistenti come le formiche, sanno costruire relazioni profonde e durature lavorando in silenzio, con continuità e metodo; non si accontentano dei fuochi di paglia - come fanno le cicale con il loro suono assordante, intenso ma breve - ma costruiscono a poco a poco e, solo alla fine, cantano la loro canzone. Una storia profonda e intensa, che insegna a condividere il proprio dolore, a donare e a ricercare la gentilezza e ad amare lentamente, ma con costanza.