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Le indemoniate

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Verzegnis, fra il 1878 e il 1879. L’epidemia partì in primavera, in sordina, ne erano informati solo i pochi abitanti e i preti di quel paese tra le montagne della Carnia. Quando le autorità di Udine e gli esperti scientifici furono allertati, si conobbero anche gli strani sintomi di quel fenomeno. Erano tutte donne, le ammalate: “Strepitano e urlano come da voce di cane” (o, in altri casi, di suino, di gatto, di gallo), dopo essersi gettate a terra, contorcendosi come forsennate. Bestemmiano, maledicono il clero e, quando non si rivolgono direttamente al demonio, diventano quasi streghe: si esprimono con “rustiche forme di chiaroveggenza, espressioni in lingue straniere, atteggiamenti profetici”, escandescenze all’ascolto delle preghiere. Verzegnis era diventato un inferno in Terra, l’epicentro delle (cosiddette) nevrosi del genere femminile. Nel linguaggio del tempo: isteria demonopatica o istero-demonopatia. Rimedi? Processioni religiose, acqua santa a profusione, esorcismi e diagnosi mediche drastiche e spietate. E la conseguente e urgente necessità di estirparlo quel flagello, quell’orgia di esternazioni malefiche, per riportare la piccola e pacifica comunità ai valori di un tempo, quelli immutabili: focolare domestico, duro lavoro, concordia e timore di Dio. Non ci si cimentarono solo i preti. Andò in scena una sfida, una triangolare fra Chiesa, appunto, Stato e scienza. Sulle diagnosi mediche si fondò l’azione repressiva del governo, interessato a difendere “necessariamente” la propria zona di influenza, il decoro. A scapito della libertà individuale, principio allora sollevato soltanto da un deputato locale che tentò di opporsi alle deportazioni e ai ricoveri forzate delle povere indemoniate

Contrariamente a fatti simili accaduti nella Francia del XVII secolo, in Friuli non erano tante le donne “contagiate”, eppure la risposta dello Stato e dell’autorità sanitaria fu durissima, un maglio che “percosse e soggiogò”. Poche attenzioni per le difficoltà concrete che la società femminile di quella zona era costretta a sopportare (terribili e frequenti casi di mortalità infantile, povertà ed emarginazione). In quel momento storico, in quel luogo recondito, il malessere grave di poche donne (dai 15 anni in su) divenne lo scacchiere di una partita violenta giocata dallo Stato, dalla Chiesa e da una scienza psichiatrica ancora acerba ma desiderosa di imporsi. Lo ricostruisce Luciana Borsatti in questa ricerca storica, completa e appassionata, un libro “che ha avuto tante vite”, come racconta nella prefazione la scrittrice (a lungo anche giornalista e inviata all’estero dell’ANSA). Nel 1985, infatti, Borsatti, originaria di Udine, aveva cominciato a indagare sulla vicenda, raccogliendo documenti e testimonianze. Il libro pubblicato da Castelvecchi è la terza edizione di quell’inchiesta. Ed è adesso arricchita da interventi degli psicoterapeuti Pietro Barbetta e Alberto Panza - che firma anche un interessantissimo saggio con lo psicanalista Solomon Resnik sulla Psicoantropologia delle indemoniate - e dalla prefazione dell’epistemologo Mario Galzigna. Sarà per la curiosità di chiarire un mistero che coinvolge aspetti inspiegabili, o per la necessità di dare una chiave ora femminista ora positivista e scientifica ai fatti, nel frattempo diversi romanzi e opere teatrali hanno spostato i riflettori su Verzegnis. La chiave di Borsatti si distingue, oltre per il rigore storico, per la capacità di inquadrare il fenomeno nella cornice di tutte le altre discipline coinvolte, sociologia e psicanalisi comprese. Inizia così, con chiarezza e completezza, un percorso per comprendere e interpretare anche l’epoca che stiamo vivendo, con la pandemia da Covid e il suo inevitabile e dannoso portato complottista.