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Le invasioni quotidiane

Perché più lei si vuole liberare di José, l’ex marito ipocondriaco, più lui le si appiccica? E perché Émile, il nuovo responsabile della collana di racconti per ragazzi, è così enigmatico? Meno male che almeno Adrien e Gabriel, i suoi figli, le riempiono il cuore di gioia e tenerezza filiale. Certo, ci sono anche le amiche a colmare il piatto buono della bilancia. Anne per esempio, sfacciatamente sincera, a perenne rinforzo della metà di lei che coltiva l’emisfero razionale. Però sull’altro piatto della bilancia c’è la madre, implacabile ape regina, che delle sue fragilità poco si cura. Chiaro che poi Joséphine sia cresciuta piena di dubbi, in equilibrio instabile tra la fantasia, che le fa scrivere racconti per ragazzi con animali disabili, e le lezioni di filosofia all’università; tra la voglia di emanciparsi da relazioni sentimentali sbagliate e il desiderio di qualcuno che la faccia tornare a sentirsi donna oltre che madre; tra la sensazione di essere gagliarda, simpatica e cool e l’oppressione dei quaranta che si avvicinano senza sconti…

Joséphine, in prima battuta, ispira un’autentica, rotonda simpatia. Per dodici giorni siamo dentro la sua testa, dentro la sua vita. All’inizio, sembra l’ennesima donna sull’orlo di una crisi di nervi, responsabile della nuova famiglia mono genitoriale del terzo millennio: pochi soldi, molte ansie. L’unica certezza: la volontà ferrea di garantire equilibrio e stabilità alla vita dei figli, la colazione la scuola la merenda la cena la coccola la nanna. Intorno, la bufera, il disordine. Però poi la simpatia vira verso una punta di irritazione: troppa bufera, troppo disordine. Che ci vuole a imporsi di finire quel racconto, di dare un metaforico calcio nel didietro all’ex prepotente? Che ci vuole, sulla soglia dei quaranta, a prendere in mano la propria vita? Da eroina di un contemporaneo femminismo comincia a oscillare verso la figura un po’ stereotipa, certamente più romantica, della donna in balia delle emozioni in attesa dell’amore salvifico. Che poi, come in ogni storia d’amore che si rispetti, salva. Un finale dolce con un retrogusto amaro, per quell’affermazione di sé che non riesce proprio ad arrivare.