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Le invisibili

Le invisibili

Addis Abeba, 19 febbraio 1937. La città è avvolta dalle fiamme. Vittorio Gargano non ha mai visto tanto sangue come in questo momento: il rosso tinge le acque dei fiumi e i corpi degli uomini vengono raccolti come se si trattasse di pesci avvelenati. A Vittorio bambino piacevano molto le storie in cui si parlava di un pugnale che spuntava all’improvviso in una lotta tra fratelli e del sangue di uno dei fratelli, ucciso dall’altro, a riempire i solchi di quello che sarebbe stato il perimetro della nuova città. Ora, invece, tutto quel sangue è difficile da tollerare: Vittorio si tampona la fronte con i lembi della camicia e avverte, tra la lingua e il palato, il salato del sudore e delle lacrime. Forse si tratta di un brutto sogno, pensa Vittorio che continua a sentire, in mezzo a quell’inferno, la voce della madre a cui ha promesso, salutandola, che sarebbe tornato e ora, mentre la morte lo incalza, si sente un traditore. Forse quindi è un brutto sogno anche il fuoco che lambisce il tucul di Tsegaye e sua figlia Ekelé. Si avvicina alla capanna e trema, mentre si siede sui talloni e posa le mani a terra. Chiude gli occhi e il rumore della paglia consumata dal fuoco spegne ogni sua speranza. Tsegaye è disteso sulla sua branda, in una posa innaturale, e sotto di lui, sulla terra battuta, c’è una pozza che Vittorio non aveva notato prima. Di Ekelé, invece, non c’è traccia. Vittorio la cerca nella stanza accanto, premendosi la camicia sul naso per cercare di preservare le mucose. La prima volta che è entrato in quella capanna di fango, Tsegaye aveva le croste agli occhi e pensava di essere cieco per sempre. Vittorio ha insegnato a Ekelé come preparare degli impacchi di garze di cotone, acqua e polvere disinfettante; ha guarito l’uomo e si è guadagnato, oltre alla fama di guaritore, riconoscenza e benevolenza. Se ora Ekelé non è accanto al padre, forse è riuscita a salvarsi. Questo pensiero dà fiducia a Vittorio...

“Ci si abitua a tutto: non lo ammetteresti mai, ma si nasce, si muore, si prova amore, gelosia, invidia anche sotto le bombe, vivere è sempre vivere, sotto qualunque cielo”. Restano impresse nella mente queste parole di Elena Rausa, autrice milanese che a poco meno di sei anni dalla precedente pubblicazione fa dono al lettore di un testo profondo, maturo e bellissimo, in cui le pagine di una Storia non troppo nota si mescolano alle storie personali di una serie di personaggi magistralmente costruiti e mostrati. Il passato coloniale italiano – dicevamo non troppo conosciuto e raccontato – diventa il palcoscenico su cui l’autrice fa muovere, attraverso salti spazio- temporali molto ben condotti, Vittorio Gargano ed Ekelé, nell’Africa coloniale del Novecento, così come Tobia e Arturo nel Ventunesimo secolo. Cosa unisce personaggi così distanti uno dall’altro dal punto di vista temporale? La Storia, appunto e le storie di ciascuno di essi, storie intrise di dolore e vergogna, ma pure di nostalgia e tenerezza. E anche i fantasmi, quelli che solo Arturo può vedere, e quelli di cui non ci si riesce a liberare. Rausa racconta la Storia che si fa eredità, che si consuma – come troppo spesso accade in ogni epoca e in ogni luogo – sul corpo delle donne e lascia cicatrici intorno alle quali ancora vige troppo silenzio. L’occupazione, lo sfruttamento, gli eccidi, il concubinato, le assurdità del Fascismo, l’insabbiamento: l’autrice affronta temi estremamente delicati con un garbo e una serietà tali da dar vita a un testo che sarebbe bene leggere e rileggere, a una storia che non si dimentica. Ed è giusto sia così. Uno stile curatissimo, attraverso cui si avverte l’approfondito lavoro di ricerca delle fonti e l’intento – riuscitissimo – di raccontare senza trascurare alcun particolare; una lettura decisamente consigliata.