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Le lettere mai arrivate

Le lettere mai arrivate

Ricorda molto bene la prima volta che vide sua madre: lei si trovava nel cortile pieno di piante. Di suo padre, invece, la prima cosa che scoprì furono gli occhi: chiari, trasparenti, ridenti. Aveva anche un fratello maggiore che, per tutta la vita, lo difese. Ricorda che un giorno suo papà arrivò ben vestito e felice e portava con sé una grande scatola rivestita di carta di giornale che appoggiò sul tavolo della cucina. Dentro c’era una radio. La domenica era il giorno nel quale si leggevano le lettere e il padre, senza mai sorridere, leggeva quelle vecchie perché quelle che aspettava non arrivavano mai. Rileggeva le lettere dei suoi genitori lontani che raccontavano dell’insediamento della Gestapo, di una fascia con una stella blu, del divieto di camminare sui marciapiedi. Si preparavano per il ghetto. E parlavano di una città per gli ebrei, solo per loro. Una città dove i vecchi prendono il tè e giocano a domino e, soprattutto, dove nessuno porta la stella di David. Terensienstadt si chiama quella città. La domenica era anche giorno del bollito di domenica. Ogni domenica bollito e lettere…

Nel leggere questa intensa ed emozionante opera non si può non considerare la vita di Mauricio Rosencof, uruguaiano, figlio di ebrei polacchi, fondatore dei Tupamanaros, noto anche come Movimiento de Liberación Nacional, che conobbe, dal 1972 al 1985, la terribile esperienza del carcere. È da questa esperienza di reclusione in quella fredda cella segreta che nasce in lui l’idea di scrivere le Lettere con le quali ricostruisce e recupera, con passione e sentimento, il suo passato, la sua infanzia, il rapporto con il padre. Un viaggio attraverso la memoria, nella quale dà voce non solo alla sua storia ma, in generale, alla Storia. Perché le voci degli uomini o, meglio, le grida di sofferenza non devono perdersi perché se è vero che gli uomini muoiono le grida, quelle non possono svanire nel nulla. Devono necessariamente salvarsi, sia per quelli che non sanno, sia per quelli che non vogliono sapere. Bisogna parlarne, bisogna raccontare onde evitare l’oblio “perché se raccontiamo i nostri naufragi è perché non siamo affogati”.