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Le maestose rovine di Sferopoli

Le maestose rovine di Sferopoli

Ogni anno gli otto rabbini più saggi del mondo gareggiano nella creazione dei golem più potenti e innovativi. Stavolta il rabbino Chöw – che non ha mai vinto la gara, odia in segreto i suoi colleghi ed è disposto a tutto pur di aggiudicarsi il primo premio – ha un’idea che gli pare geniale: far costruire il golem da un altro golem, “affidando l’argilla all’argilla” e ottenendo in questo modo una perfezione progettuale non umana. Così appena la gara ha inizio modella un piccolo golem, gli infila sotto la lingua un cartiglio con il nome segreto (che in questo caso suona più o meno come “creatore di golem”) e così lo anima. Il piccolo essere si mette subito al lavoro, modella nell’argilla un enorme golem da combattimento, poi strangola il rabbino Chöw, lo smembra, estirpa il suo cervello e il suo cuore e li infila nell’enorme golem, poi si sfila il cartiglio dalla bocca e lo inserisce al mostro, donandogli la vita… L’ingegner Pietro Cippa si mette in contatto con l’amministratore del condominio in cui vive in affitto perché lo aiuti a contattare la sua padrona di casa, signora Drusilla Brusiani Dal Pozzo, che non gli risponde al telefono. Perché tanta urgenza? La Del Pozzo, quando Cippa ha preso in affitto l’appartamento, gli ha indicato una stanza (che lei chiama stranamente “la stanza della bambina”) che avrebbe dovuto obbligatoriamente rimanere chiusa a chiave e nella quale lui non sarebbe mai e poi mai dovuto entrare. Cippa ha rispettato le volontà della signora, ma con sua sorpresa ora le stanze dell’appartamento chiuse a chiave sono due e l’uomo non sa come spiegarsi e come gestire la inquietante novità… Un maestro elementare ha assegnato ai suoi alunni della III C un compito davvero originale: prima ha dato loro il tema “Scrivi una storia paurosa”, poi ha fotocopiato e distribuito i temi consegnati chiedendo a tutti i bambini di indicare in una breve “recensione” sul quaderno quale secondo loro fosse la storia più spaventosa tra quelle scritte dai loro compagni di classe, e perché. Ora è il momento di leggere i quaderni e subito dopo le storie paurose… Il parroco di Novazza e quello di Valgoglio, piccoli paesi dell’alta Val Seriana, sono rivali da sempre. Alcuni sostengono che tutto derivi dal comune amore dei prelati per una giovane perpetua “di forte polpaccio e procace nel busto” ai cui servigi entrambi nel passato hanno fatto ricorso, altri da una prebenda vescovile a cui entrambi aspiravano e che non è stata assegnata alla fine a nessuno dei due, altri ancora a una competizione tra i due sulla qualità delle omelie. Il vero motivo di rivalità però è un altro: i funghi, dei quali i due sacerdoti sono “esperti conoscitori e instancabili cercatori”. Don Mario e Don Piero non si limitano a competere nella ricerca dei porcini più grandi e belli, ma cercano di boicottarsi l’un l’altro. Finché uno dei due non concepisce un piano veramente diabolico…

Dopo le memorabili Euridice aveva un cane, Tu, sanguinosa infanzia e Fantasmagonia Michele Mari sforna per Einaudi una quarta antologia di racconti. La raccolta è abbastanza eterogenea per temi e stili, ma è comunque possibile – e, ci piace credere, lecito – rintracciare alcune caratteristiche comuni alla maggioranza dei racconti, tali da dare un’impronta all’insieme. I temi, le atmosfere, lo humour nero sono nel solco del miglior Dino Buzzati; il nitore dello sguardo, il rigore del pensiero e la razionalità nella architettura sono quelli che furono di Italo Calvino, tanto che per i racconti di Mari vale quanto l’autore de Gli amori difficili scrisse a proposito dei suoi: “Il segreto dell’universo abbiamo cercato di coglierlo come nelle innumerevoli sfaccettature d’un occhio di formica, come nella vertebra fossile da cui si cerca di ricostruire l’intero scheletro dell’immensurabile dinosauro”. Poi ci sono echi del miglior Richard Matheson, di Julio Cortázar ma anche del Roald Dahl più nero. E tanto altro ancora, perché come ha scritto Carlo Mazza Galanti “(…) Mari non è solo uno stilista raffinatamente erudito ma anche, e forse soprattutto, un inesauribile poligrafo, uno sperimentatore (uno dei pochi rimasti, verrebbe da aggiungere, in Italia), ed è proprio nella dimensione breve che questa rigogliosa capacità inventiva si misura in tutta la sua estensione”. Invenzione narrativa, ma anche virtuosismo stilistico, il gusto per il divertissement e l’iperbole linguistica di uno scrittore che ormai maneggia le parole come un giocoliere i suoi attrezzi. I racconti più riusciti? La title track, una sintetica guida turistica che magnifica le località e le attrazioni che si incontrano lungo l’immaginaria Strada Provinciale 921 (due fra tutte: il castello in cui il monaco Urgulone praticava nei secoli antichi l’arte di cristallizzare i cadaveri e – appunto – le maestose rovine di Sferopoli), o anche il meraviglioso esperimento narrativo (originariamente pubblicato sulla testata “Huffington Post” durante il lockdown) di espandere la nona novella della quinta giornata del Decameron di Boccaccio, Il falcone, elevandola all’ennesima potenza con un twist ending a metà tra Poe e i fumetti della EC Comics. E poi supergolem mostruosi, bambine fantasma che farebbero invidia a Takashi Shimizu, parroci assassini, la nostalgia per i cinema che nei decenni passati popolavano le nostre città, l’amore di Wolfgang Amadeus Mozart per il gorgonzola (o meglio per il “croconsuelo”), un panopticon dalla prospettiva nietzschianamente rovesciata e tante altre piccole grandi meraviglie, tante piccole grandi ossessioni. Perché l’ossessione “(…) è l’alimento e la benzina, il legno e il fuoco”, ha spiegato lo stesso Mari ad “Incipit”, la rubrica di Sky TG24 dedicata ai libri. “Per me è stata una spinta quasi inevitabile allo stile, al trattamento retorico di quanto nella vita c’è di esasperante, deprimente, limitante: un magma dal quale, con il debito raffreddamento, si riesce a distillare ciò che si vuol dire in maniera più alta e possibilmente anche ironica”.