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Le nostre guerre silenziose

copertina del libro

Katia si lascia sprofondare su una sedia, la testa fra le mani, e resta ad ascoltare le auto scorrere giù in strada, fermarsi al rosso e ripartire al verde, mentre pensa che sua madre ha ragione a dirle che è un’ingrata. Recupera il telefono e cerca il numero di suo padre fra le chiamate recenti, il dito sospeso un istante sullo schermo, poi rinuncia. Dalla finestra osserva via Tiburtina invasa di auto, il palazzo di vetro della Bnl, la stazione con i suoi Frecciarossa che scorrono sui binari grigi, e per un attimo immagina di salire su uno, diretto ovunque tranne che in quella casa, in quella vita. Apre Tinder e conferma un appuntamento serale con un certo Domenico, poi scorre distrattamente qualche altro profilo, mentre il pomeriggio di sabato scorre via senza che lei abbia combinato nulla, la casa in disordine e suo padre in attesa, da qualche parte, di una telefonata che continua a rimandare. Decide finalmente di darsi una mossa, mette ordine in casa e si chiude in doccia, dove sotto il getto caldo si concede un momento di piacere solitario, salvo accorgersi con fastidio che il viso a cui sta pensando non è quello di Domenico ma quello di Luca, l’ex fidanzato che dovrebbe aver dimenticato da sei mesi e che invece continua a tornarle in mente proprio nei momenti più sbagliati. Uscita dalla doccia nota una chiamata persa di sua madre e decide di non richiamarla, limitandosi a promettere via messaggio che passerà dal padre più tardi. Si prepara per uscire, ma poi cambia idea e cancella l’appuntamento con Domenico con la scusa di un’emergenza, scende in strada e si ferma per un aperitivo con alcuni amici del quartiere, un bicchiere dopo l’altro, finché un messaggio non la avvisa che l’orario di visita in ospedale è ormai finito da un pezzo. Da giorni si è trasferita a casa del padre con la scusa di occuparsi di Rocky, il cane che lui le aveva regalato dopo la separazione dalla madre e che ormai sembra appartenere più a lui che a lei. Non ha il coraggio di andare all’ospedale, temendo di incrociare qualcuno che le chieda notizie di suo padre, a cui dovrebbe rispondere mentendo che sta bene invece di ammettere che è attaccato a una flebo. Un altro venerdì, uscita dal lavoro, si accorge di aver imboccato per sbaglio la strada di casa sua invece che quella dell’ospedale, come se qualcosa dentro di lei continuasse a cercare scuse per rimandare. Sale solo un momento per rinfrescarsi, si concede di nuovo sotto la doccia una distrazione che le lascia addosso più fastidio che sollievo, e poi si prepara un panino frettoloso da mangiare in piedi sul balcone, fissando il palazzo della Bnl che, nella luce della sera, le sembra somigliare per la prima volta a una nave da crociera. Quando finalmente arriva in ospedale, la stanza che la accoglie è tutta bianca, bianche le pareti, le luci fredde, le lenzuola, gli infissi, un candore così uniforme e sterile da sembrare fatto apposta per soffocare qualsiasi residuo di speranza…

Nella vita David Valentini lavora come project manager, nel tempo libero si dedica a scrivere recensioni e interviste per magazine online e scrivere libri, tra cui Le nostre guerre silenziose. Qui l’autore prende spunto dalla propria esperienza nel mondo delle imprese per raccontare le storture della nostra contemporaneità. Pur apparendo inizialmente come una semplice raccolta di sei racconti indipendenti, si tratta invece di un puzzle narrativo in cui i destini dei personaggi si incastrano alla perfezione. Il centro gravitazionale attorno a cui ruotano tutti i protagonisti è la Verdicchio Consulting, una società di consulenza in cui tutti loro lavorano. Quello che accomuna i personaggi è l’essere millennials, cioè trentenni e quarantenni che vivono tra ambizioni professionali e un disperato bisogno di riappropriarsi della propria vita privata. L’autore sviscera le tossiche dinamiche aziendali contemporanee, puntando il faro sullo sfruttamento invisibile, sulla retorica subdola del sacrificio, sulle invidie tra colleghi e la competizione spietata. La tematica dell’equilibrio precario tra vita privata e lavoro emerge attraverso la figura di Antonio, che sceglie la fuga da una grande multinazionale per smettere di immolare la propria salute mentale sull’altare della produttività a tutti i costi. Emblematica è la vicenda di Katia, alle prese con la difficile assistenza al padre malato terminale di cancro. Poi c’è Paolo che gestisce una doppia vita tra una moglie con il fisico trasformato dalla recente gravidanza e una giovane donna attraente. Cesare, capo della Verdicchio Consulting, che mostra un rapporto ambiguo con i propri dipendenti, che si prodiga in gesti paternalistici ma al contempo li tratta come se fossero tutti sostituibili. Tutti i protagonisti vivono delle guerre silenziose, cioè battaglie intime e private che loro — e anche noi lettori come loro— combattono ogni giorno contro sé stessi e gli altri. Il libro esplora l’incomunicabilità contemporanea: i non detto, i sentimenti non manifestati per paura, i segreti tenuti nascosti per convenienza e i conflitti evitati per non turbare un equilibrio già fragile. L’autore ci mostra come, spesso, evitare lo scontro diretto non sia affatto una soluzione, ma finisca inevitabilmente per scavare divari incolmabili e svuotare di senso i rapporti. Tra le pagine si respira un costante senso di nostalgia, unito alla fatica di guardare a un futuro che appare incerto e nebuloso. Grazie a una scrittura diretta e priva di filtri, David Valentini ci restituisce uno spaccato autentico in cui è impossibile non rispecchiarsi. Nelle fragilità, nelle paure, nei compromessi e nelle silenziose battaglie di questi protagonisti, ognuno di noi troverà inevitabilmente un pezzo di sé.