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Le nuove Eroidi

Le nuove Eroidi

“Chi può dire cos’è una lettera d’amore?”. Con queste parole Fedra Mattioli, trentadue anni, comincia la sua lettera ai suoi due bambini Demofonte e Acamante, soltanto perché un giorno, da grandi, possano dire di lei “Non ci ha mai mentito”. È una lettera difficile da scrivere, perché difficile è raccontare il processo, l’interrogatorio a Teseo Silvestri, suo marito da dodici anni, accusato dell’omicidio di Ippolito, suo figlio maggiore, il dolore della Nutrice che ha cercato di proteggerla fino alla fine mentendo: “Sono colpevole anche della menzogna altrui, una menzogna che nasce dall’amore”. Una menzogna nata dall’amore folle che l’ha travolta e ha causato tanto dolore. Sì, è una lettera difficile da scrivere per Fedra, ma forse un giorno, quando saranno più grandi, loro due leggeranno e capiranno. “Può tutto l’amore che abbiamo vissuto trasformarsi in una lettera d’amore? Io spero che possa. Ho fiducia che possa. Per questo sto scrivendo, adesso, a voi. Perché sappiate tutto, e lo sappiate da vostra madre: la mia lettera d’amore”… Didone ha deciso di scrivere una lettera al suo perduto amore Enea e comincia col rievocare la sua storia, da quando a sedici anni, quando già aveva un corpo bellissimo, suo fratello le rubò il regno a lei destinato dal padre. Quindi l’astuzia – quella che tutti chiamano adesso “Il problema di Didone” – per conquistare la penisola dove fondò Cartagine splendente. È risoluta Didone “l’errante”, perché ogni cosa ha dovuto conquistarsela. E ora lui le parla di “Ragion di Stato”, e chissà se ci crede davvero alla sua bugia o se non è consapevole di essere soltanto un vigliacco. “Sei artefice tu? No, tu sei schiavo. Ti hanno detto vai, e tu sei andato, ti hanno detto scappa e tu scappi, salpa e tu salpi. Nessuno, Enea, ti ha mai detto: decidi. E infatti tu non decidi. Allora decido io”. Certo, lui si racconta un sacco di storie sul destino, sugli dei, su Roma, ma non sarà lui ad essere ricordato, perché “l’orizzonte è di chi lo raggiunge, non di chi rinuncia”. La verità è che Enea non ha voluto essere “meno re, poco re, consorte della regina”. E il disprezzo di Didone – “La notizia è questa, tesoro. […] La regina non morirà, ha troppo da fare per uccidersi oggi” – lo ritroverà nell’aldilà, nella valle delle ombre, quando “tu mi parlerai ancora come se fosse oggi, e il mio sguardo invece ti attraverserà. Incapace di posarsi sull’ombra che hai scelto di vivere”…

Tra il 25 e il 16 a.C., il poeta latino Publio Ovidio Nasone scrive un’opera innovativa in distici elegiaci che raccoglie ventuno epistole a soggetto amoroso, diciotto voci di personaggi femminili più o meno noti del mito più tre risposte maschili, e la intitola Epistulae Heroidum, più nota come Heroides. Con questa raccolta di lettere immaginarie - nelle quali eroine del mito greco e latino raccontano il loro dolore rivolgendosi ai loro compagni e quindi rovesciando il punto di vista delle storie – che risentono dell’influenza di Euripide e dell’elegia erotica latina, di fatto Ovidio dà origine a un nuovo genere letterario. Ne Le nuove Eroidi, otto scrittrici tra le più note dell’attuale panorama letterario italiano accomunate dall’essere nate tutte tra il ’72 e il ’78, si cimentano in una personalissima reinterpretazione di altrettanti miti contestualizzandoli nell’attualità e soprattutto ritagliando per le protagoniste una dimensione diversa che impedisce loro di essere sopraffatte né dalla sorte né tanto meno dagli uomini, fino a riappropriarsi di se stesse, delle proprie emozioni, dei propri sentimenti. “I miti raccontano i sentimenti umani, l’amore, la morte, l’incesto, il tradimento, la natura… I sentimenti umani sono gli stessi da sempre, e per sempre: c’è un nucleo nell’essere umano che non cambia mai. Ristudiando i miti ho ritrovato intatta la loro potenza e umanità”. Le parole di una delle autrici, Antonella Lattanzi, in una intervista confermano una verità innegabile, quella che dà ragione del successo di molte delle numerose pubblicazioni che da qualche anno attingono a piene mani dal mondo greco classico. In questa breve antologia di racconti il cambio di prospettiva in chiave moderna si fa assai netto, a sottolineare quanto le donne non siano più disposte ad accettare giudizi, a sottomettersi a ruoli marginali e passivi, decise a rivendicare il loro pieno diritto a scegliere, a rifiutare, ad amare. E così, per esempio, la Penelope di Caterina Bonvicini non è in paziente attesa del ritorno del suo uomo, ma gli lascia un post it con poche parole per avvisarlo di essere partita per una missione umanitaria a bordo di una nave della Ong catalana Open Arms come cuoco, senza però dimenticare di ribadire il suo amore ad Ulisse che l’aspetta – lui stavolta – ad Itaca, e in certo modo, allo stesso tempo, esprimendo anche il senso dell’attesa della sua omonima omerica: “La mia umanità è la mia tela di Penelope. Un continuo lavorio. Ma non in attesa tua, per fortuna. Ti ho. Non importa dove sei tu e dove sono io, siamo insieme comunque. Per amarsi davvero bisogna amarsi di vicinanza e di lontananza, e noi lo facciamo”. Tra l’altro, questa storia è ispirata alla vera storia di Lorenzo Leonetti, proprietario del ristorante “Grandma” di Roma e cuoco di bordo durante una missione di Open Arms, la nave della Ong che si dedica a missioni di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo. E poi c’è la Didone di Valeria Parrella, che non ci pensa affatto a gettarsi su di una spada e poi nel fuoco, addolorata per l’abbandono di Enea chiamato dagli dei a riprendere il suo viaggio per fondare Roma, no, lei è una regina e ha ben altro da fare - e un giorno probabilmente si troverà a chiedere a sua sorella: “Anna, soror… abbi pazienza: che mica ti ricordi chi cazzo è sto pio Enea?”. Alcuni di questi racconti mantengono un contatto, anche soltanto ideale, col mito di riferimento, pure ponendo al centro di tutto la prospettiva femminile, sì che il risultato appare come sospeso tra passato e presente, tra classico e moderno, e riescono quindi ad essere abbastanza coerenti e a dare in qualche modo un senso alla scelta alla nuova storia. Altri, invece, se ne distaccano completamente, perdendo ogni nesso, oppure ricorrono ad esili pretesti, talvolta francamente forzati. A creare un effetto fastidiosamente straniante, poi, e spesso persino disturbante, un linguaggio in certi casi volgare senza motivo, che, nel tentativo probabile di rendere così le storie moderne – persino immaginando una delle protagoniste, Laodamia, alle prese con il sexting -, risulta invece fuori posto e fastidioso. In conclusione, se ci chiedessimo se fosse poi così necessario scrivere Le nuove Eroidi, la risposta sarebbe probabilmente no. Se invece la domanda è se questo progetto ambizioso e in certo modo interessante sia riuscito, nel complesso, nonostante un paio di eccezioni gradevoli, la risposta sarà sicuramente no. Per maneggiare certa materia, senza voler essere assolutamente pedanti paludati o parrucconi fuori tempo massimo, sono necessari cultura sensibilità e stile in misura non così comune.