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Le ossa parlano

Le ossa parlano

È fine aprile quando Rocco Schiavone saluta Roma, lo fa a partire dal tribunale dove si sta svolgendo il processo a Mastrodomenico, il dirigente di Polizia che è risultato essere corrotto e marcio fino al midollo, quello che dalla sua posizione ha messo in piedi l’organizzazione criminale che ha provocato la morte di Marina il 7/7/2007, ostacolato e fatto finire ad Aosta Schiavone e della quale Seba, Sebastiano Cecchetti all’anagrafe, era parte integrante. Da lì all’ufficio del notaio che attesta la vendita dell’attico in cui viveva con la moglie, l’unico posto che fino a poco tempo prima per lui era casa. Con quella firma ha chiuso i conti, non così Furio che con Seba il conto non lo vuole chiudere, ma è un problema che Rocco affronterà quando sarà il momento. Ad Aosta la primavera è ancora lontana, ma ormai le stagioni per lui hanno poca importanza, molta meno comunque del fatto che a breve Lupa diventerà una mamma, cane ma mamma e Rocco senza darlo a vedere (come potrebbe, del resto?) si sente responsabile di quei cuccioli, che saranno bellissimi. Niente di bello invece quando arriva in questura: Deruta gli comunica che in un bosco sono stati trovate da un medico in pensione delle ossa che ha riconosciuto come umane. La convocazione di Michela Gambino, responsabile della Scientifica che preannuncia la necessità di un patologo forense, un archeologo e un botanico visto il luogo del ritrovamento, fa capire a Rocco che la faccenda si preannuncia ben più complessa di una normale rottura di decimo livello. Più di tutto però c’è un particolare che se possibile rende il caso ancora peggiore: le ossa ritrovate sono quello di un bambino...

Rocco Schiavone è un uomo che ha visto sgretolarsi tutto e che si è sgretolato di pari passo con la sua vita. Marina è morta ed è sempre più lontana, lo spinge a lasciarla andare e ricominciare a vivere. Sebastiano, nelle cui mani Rocco avrebbe messo la sua vita, se le è sporcate del sangue di Marina e le ha passate con metaforiche carezze sul viso di Rocco. È nato in un quartiere dove le alternative sono poche (erano poche), guardia o ladro. Sebbene abbia scelto di stare dalla parte giusta, i suoi amici - i “fratelli che ti scegli” - stanno dall’altra parte e lui da una vita sta lì sul confine. Ma c’è una cosa che accomuna le due parti, i bambini non si toccano, mai. Chi tocca i bambini scatena una rabbia cieca e profonda che spinge Rocco ad affrontare l’indagine con uno spirito diverso dal solito. Non perché è il suo mestiere, la spinta viene da molto più in profondità. È la necessità quasi fisica di trovare chi ha osato profanare un’anima innocente, qualcuno da cui il bambino si sentiva protetto, qualcuno che ha tradito nel modo peggiore. Nonostante mai come in questo romanzo il focus sia trovare l’assassino, più che in ogni altro romanzo il Rocco uomo predomina sul Rocco vicequestore. Su come Schiavone abbia affrontato fino a qui tutto quello che la vita gli ha messo davanti, applicando pedissequamente la teoria del romanissimo “sticazzi”, Manzini ha costruito dei romanzi che si sono fatti via via più profondi senza perdere mai la leggerezza. Qualcosa è cambiato però, e si sente. Come per tutti (o quasi) qualcosa - o molto - del peso che hanno avuto questi ultimi due anni si è trasferito nel romanzo, i mesi passati chiusi in casa per la pandemia di COVID-19 – non che di suo sia esattamente un socialissimo giramondo, ma una cosa è la volontarietà, altra l’obbligo. Da sempre il rapporto genitori figli è un tema che gli è caro, pensiamo a Orfani bianchi o a Gli ultimi giorni di quiete e pur non essendo biologicamente padre, lo è fino al midollo. Non si ride come al solito, anche se ovviamente qualche sorriso scappa, il tema non lo consente, eppure non ci si stacca dalle pagine. Si indaga insieme alla squadra, si esamina ogni dettaglio che aiuti a fare un passo in direzione di chi ha fatto di quel bambino un sogno interrotto. Mirko diventa il bambino di ognuno, diventa la nostra speranza nel futuro che vediamo tradita. La rabbia e il dolore, quello che stiamo provando tutti probabilmente, vengono in superficie come quelle piccole ossa che Manzini trasforma in un tremendo meraviglioso viaggio che inevitabilmente comprende degli abbandoni e dei nuovi punti da cui ricominciare, una volta scoperto quel che resta. E non fatevi “spaventare”, sia pur nell’approccio meno “cazzone” del solito, fra le pagine non c’è solo amarezza, c’è anche una speranza. Una speranza che forse è quella che serve per andare avanti, quella che fa la differenza fra i molti e le persone per bene.