Salta al contenuto principale

Le otto vite di una centenaria senza nome

Le otto vite di una centenaria senza nome

La signora Lee ha quarantasette anni, è sovrappeso, non ha figli e lavora alla Golden Sunset, una casa di riposo. Dovrebbe occuparsi di piccola contabilità, ma di fatto è l’assistente personale della direttrice, la cinquantenne signora Haam, due divorzi alle spalle e tre figlie con due diversi cognomi da crescere. Forse il secondo divorzio si vive meglio, si chiede la signora Lee che invece sta affrontando il suo primo ed è devastata. Per non pensare troppo alla terribile idea che le frulla in testa di continuo – quella di uccidere il marito – decide di iscriversi in palestra e la frequenta tre volte la settimana, un’ora ogni volta. Ma non basta. Anche se ha cominciato a dimagrire e si sente meglio, realizza che il cambiamento fisico non è sufficiente. Le serve qualcosa che vada oltre un corpo in forma. Serve uno stravolgimento mentale che la coinvolga appieno. Sfogliando una rivista femminile, nella sala d’attesa della sua psicologa, si imbatte in un articolo in cui – attraverso la storia di un medico di Singapore che, all’interno della clinica in cui opera, aiuta i malati terminali a organizzare il proprio funerale – si racconta che pensare al proprio necrologio aiuta i pazienti a dare un senso al loro viaggio sulla terra. Questa idea la solletica e la stimola a tal punto da proporre alla signora Haam un progetto analogo da condurre alla Golden Sunset. Il programma di scrittura del necrologio aiuta parecchio la signora Lee a distrarsi dal pensiero fisso del divorzio. Poi, pian piano, si appassiona sempre più al progetto, che perfeziona: chiede a ciascuno degli ospiti di definire con tre parole – sostantivi, aggettivi, avverbi – quella che è stata la loro vita. Ritiene che tre sia il numero perfetto, né troppo limitante né dispersivo. E gli anziani ospiti della casa di riposo le danno soddisfazione. Finché non si imbatte nella signora Mook, ospite del reparto A, quello in cui stanno i malati di Alzheimer. La signora Mook è tuttavia lucidissima e, subito, lamenta il fatto che tre parole siano davvero poche per raccontare una vita lunga e intensa come la sua. Ha quasi cento anni, dice, anche se agli occhi della signora Lee non ne dimostra più di ottantacinque. E, per parlare di sé, occorrono almeno otto parole. E le elenca una ad una, anche se in realtà la sua lista si ferma alla settima...

Una vita piena di ombre in cui si inseriscono, qua e là, spiragli di luce. Fame, miseria, violenze, abusi, orrori della guerra, schiavitù: molte sono le prove che la centenaria Mook Miran ha affrontato nella vita, un’esistenza tanto piena, e difficile insieme, da costringerla a mutare pelle e identità almeno otto volte. L’anziana ospite della casa di cura Golden Sunset si racconta, in un crescendo di storie – che non seguono un ordine cronologico ma il flusso dei pensieri della voce narrante e le domande della signora Lee, che, attraverso la ricerca delle parole più adatte per parlare di sé, tali ricordi suscita – che riportano agli orrori della guerra di Corea, del secondo conflitto mondiale, dell’occupazione americana e di quella giapponese. Negli occhi della signora Mook sfilano le immagini dei lunghi periodi di repressione, delle vessazioni e delle angherie subite, della rabbia e del desiderio di sopravvivere, mai fiaccato nonostante i duri colpi del destino. Mirinae Lee – autrice nata e cresciuta in Corea del Sud, con una laurea in letteratura inglese alla Columbia University nel curriculum – utilizza le drammatiche vicende personali di Mook Miran per raccontare la condizione femminile e la sua tragicità durante il periodo delle guerre e in quello che lo segue. L’autrice ha dato vita a una galleria di figure femminili potenti, protagoniste di pagine che lasciano il segno sulla carta e nel cuore del lettore, che tocca con mano la fatica del vivere e la necessità di vestire abiti diversi – quello della moglie, della spia, della ribelle, della madre, tra gli altri – per far fronte alle difficoltà e uscirne, acciaccati e feriti, ma vivi. Otto vite che hanno in comune la tenacia e l’attaccamento alla vita; storie di donne fragili e fortissime, che hanno molto da dire e da insegnare. Una storia che cattura fin dalle prime righe e racconta la fame di libertà, la necessità di vendetta e la ricerca di quel riscatto che possa dare un senso all’atrocità delle sofferenze subite.