Anche se maschio e femmina, Adriano e Betta dormono a lungo nella stessa stanza. Lui è di due anni più piccolo, lei è la sorella maggiore, nonché la più coraggiosa. Ora di anni Adriano ne ha trentasette, mentre Betta no. Lei si è fermata a diciannove, l’età in cui per morire ha scelto un treno, un interregionale, l’Ancona-Milano che mille volte dalla loro stanza i due fratelli hanno sentito fischiare. Chissà se il fatto di non dormire più insieme è uno degli elementi che impedisce ad Adriano di rendersi conto e quindi di evitare che accada quel che poi accade. Per una questione di soldi la famiglia di Adriano e Betta è costretta a trasferirsi, da un quartiere popolare a uno ancor più popolare, in una casa più brutta della precedente, ma dotata di una camera in più. Dalle finestre arriva lo sciabordare del fiume di Bologna, il Reno, che, in centro città, scorre sotto l’asfalto. Anche Betta ultimamente ha preso a comportarsi come il fiume: abbandona la periferia e si inabissa per le vie del centro. Che cambiamento rispetto a quando era piccola e continuava a ripetere al fratello che lei, da grande, sarebbe diventata una professoressa famosa. Anzi, di più, molto famosa. Un’insegnante di greco antico. In realtà Betta non arriva alla laurea e neppure al diploma. Il tempo infierisce su di lei. Di notte Betta esce, se ne va a perdersi tra bottiglia e droga. A volte Adriano la sente rientrare a notte inoltrata e segue i suoi passi spediti, da ladra, verso la propria camera. Ogni tanto, invece, il passo è più incerto e Adriano sente la porta vicino al suo letto aprirsi piano: Betta si ferma sulla soglia e chiede al fratello se stia davvero dormendo. E lui, in silenzio, spera ogni volta che lei entri. La sera prima del disastro Betta entra, scivola nella camera del fratello, si sdraia accanto a lui, gelata. Il suo alito sa di superalcolici. Sussurra all’orecchio del fratello qualcosa di incomprensibile, sembra un nome. Ma Adriano, anziché aprire la bocca e chiedere spiegazioni, chiude gli occhi e si addormenta. Al mattino, Betta non è più in casa. Ventiquattr’ore dopo, non è più neppure tra i vivi...

Già con il suo romanzo precedente, L’estate che resta, Giulia Baldelli – marchigiana di nascita e bolognese d’adozione – aveva dimostrato di avere una penna potente e incisiva. Il suo nuovo romanzo è una conferma. Si tratta di una storia che fin dall’incipit scuote il lettore dal profondo. L’autrice racconta di Adriano e della sorella Betta, di poco maggiore, che per lungo tempo rappresenta un faro e un sostegno per il ragazzino costretto a vivere una situazione famigliare difficile, con un padre che ha abbandonato tutti e una madre fragile e insicura. Ma anche Betta si perde e lo lascia solo, per sempre. Venti anni più tardi Adriano prova a rimettere insieme i pezzi di una vicenda tanto dolorosa e destabilizzante e, per farlo, comincia una ricerca che lo porterà a un paio di sneakers bianche e al nome esotico di una figura femminile che ha avuto un ruolo fondamentale nella vita di Betta e che aiuterà anche lui a rieducare i propri sentimenti e a tentare di ricucire le profonde ferite del cuore. Un romanzo forte, dicevamo, dalla struttura narrativa solida – ben più della prova precedente, romanzo d’esordio della Baldelli – capace di avvincere ed emozionare il lettore. Una prosa asciutta ma tagliente come una lama, che affonda al centro dei pensieri di Adriano, nella sua rabbia, nella sua delusione, nella sua iniziale incapacità di comprendere e perdonare. Una lettura appassionante, arricchita da un prologo che è la ciliegina sulla torta del romanzo e che sembra diventare sempre più la cifra stilistica dell’autrice, capace di condensare in un numero contenuto di righe messaggi fondamentali, sui quali è poi molto interessante tornare, una volta terminata la lettura, e riflettere.