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Le poesie

Le poesie

L’opera, quasi omnia, con la sola esclusione del poemetto Sleep, si apre con una raccolta di poesie e prose scritte in inglese (“The disagreement heavy and unpleasant, I blundered away and left my mother nearly dead sitting pretty on the bed, she had dropsy”), francese (“La mort est une dame vetue nue; rusee, fine. Son chagrin ne pèse sur personne”) e italiano (“Barocco bello tutt’impigliato bianca ginestra con la solita Maria blu sul liquido cero nudo scandalosamente il Cristo attraente alle bambine. Cristo Jesù legno che non marcisci con lo cuore spinoso”) tra il 1952 e il 1963. Nel 1954 il ricovero in una clinica svizzera dove alla poeta viene diagnosticata una schizofrenia paranoide ancora occasionale, che diventerà permanente alla fine degli anni Sessanta. Di quest’anno sono prose in francese dove l’idea della morte è presenza assillante e pervasiva (Je vis dans le désespoir, depuis que mon ami est mort...Il faut mourir pour être tranquilles”). Se prima prose e poesie sono scritte ciascuna in una delle tre lingue, le poesie composte tra il 1955 e il 1956 presentano una miscellanea delle tre (“fleurs are not feeling / fleurs are not flowers / (outdoors:the rain! the deep-set rain! the swirling river!) I will not / la luna è ancora sottoterra...”) insieme a numeri, sottolineature, spazi vuoti, trattini (“la speranza ultima a morire / la volontà ultima a nascere / amor a Dio / 4.26/1.28 / amore ai simili...”). Superato il periodo della sperimentazione grafica, nel 1959 le poesie/prose poetiche tornano ad avere una scrittura “piana”, nella sola lingua italiana, ormai predominante ma presentano quelli che vengono chiamati (da Pasolini) lapsus, “errori” di grammatica, ortografici e calembours (“Se si ripetono gli semoventi affanni...E la tua cattiva rubrica / è la meglio allevata dei tori nella palestra non i rubi... tu Quelle / scolanze che vi imprissi pr’ia ch’eo / si turmintussi sì...O sei muiei / conigli correnti peri nervu ei per / brimosi canali dei la mia linfa”)...

Amelia Rosselli nasce a Parigi nel marzo del 1930. Dopo l’assassinio brutale del padre Carlo e dello zio Nello da parte di sicari inviati dal regime fascista (Amelia ha sette anni), inizia il peregrinare con la madre e i due fratelli tra Svizzera, Stati Uniti, Inghilterra e Italia, dove fisserà alla fine la sua dimora. La morte del padre e dello zio, di cui ai tre figli non vengono risparmiati i dettagli, sedimenta in lei quello che sarà uno dei temi onnipresenti nei suoi testi: quindi la morte, ma anche il linguaggio (il trilinguismo, i lapsus, i giochi di parole, la sperimentazione), la malattia sono le caratteristiche peculiari della sua poesia e dei testi in prosa. A differenza di Sylvia Plath, sua coeva (di cui è stata traduttrice), la cui poetica si può inquadrare nella corrente confessionale (insieme a Anne Sexton) e nonostante la presenza di istanze autobiografiche, nella poetica rosselliana queste non sono mai pronunciate ma sempre nascoste negli inciampi della lingua. Le prose in inglese composte tra il 1952 e il 1963 (l’inglese è la lingua della madre e una delle tre parlate da Amelia), quelle in francese del 1954, scritte durante il ricovero in una clinica svizzera da cui uscirà con una diagnosi di schizofrenia paranoide; ancora le poesie-prose di Diario in Tre Lingue (1955-1956) in cui la sperimentazione linguistica è strabordante, in una disposizione tipografica quasi delirante, una miscellanea di lingue, generi, divertissements, nonsense, distorsioni di suoni e di significati, che lasciano sempre il dubbio, tuttora irrisolto (come per i lapsus) se siano voluti, ripresi dalle storpiature linguistiche dei bambini o persino frutto di una schizofasia tipica della sua malattia mentale. Tutta la sua produzione, anche quella successiva, fino ad arrivare a Impromptu, scritto di getto nel 1981, dopo un lungo silenzio compositivo, è fortemente caratterizzata da questo linguaggio creativo, visionario, interrotto, che incespica, dove la metafora è padrona assoluta, forse nel significato gnosico che le attribuisce Aristotele, molto probabilmente come afferma Silvia Mondardini (studiosa della poetica rosselliana) perché “scrivere per traslati è un tentativo terapeutico di farsi “trasportare” verso le profondità dell’Io”. Approcciarsi ad Amelia Rosselli è sicuramente ostico, quindi si valuti la considerazione di Giovanni Giudici, prefatore di questa raccolta: “Il lettore si trova a volte felicemente coinvolto in un sistema dove il cosa-vuol-dire appare assai meno importante del dire-in-sé”.