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Le porte della percezione - Paradiso e Inferno

Le porte della percezione - Paradiso e inferno

È solo alla fine dell’Ottocento che la farmacologia occidentale – nella persona di Arthur Effter – riesce a isolare l’alcaloide mescalina (3,4,5-trimetossi-β-fenetilammina) e bisognerà attendere il 1919 e il lavoro del chimico Ernst Späth per poter sintetizzare questa sostanza in laboratorio. Ma la mescalina era “un amico di vecchissima data” per le popolazioni del Messico e dell’America sud-occidentale, perché presente nel peyote (Lophophora williamsii), un cactus consumato da secoli durante i riti sciamanici per la sua capacità di causare visioni e una sorta di “espansione della coscienza”. All’inizio degli anni Cinquanta, con la scoperta da parte di Humphry Osmond, giovane psichiatra britannico, che la mescalina ha molti tratti in comune con l’adrenalina, la comunità scientifica si è accesa di rinnovato interesse per questa sostanza e il suo meccanismo d’azione. Lo scrittore Aldous Huxley, da sempre incuriosito da questi temi, si offre come volontario: “Uno degli investigatori era venuto per affari in California. Nonostante settant’anni di ricerche sulla mescalina, il materiale psicologico a sua disposizione era ancora assurdamente inadeguato, ed egli era ansioso di aggiungerne altro. Io mi trovavo là ed accettai – anzi ero impaziente – di fare da cavia”. Così il 3 maggio del 1953 ad Huxley, nella sua casa di Los Angeles, vengono somministrati quattro decimi di grammo di mescalina disciolti in mezzo bicchiere d’acqua. La droga fa effetto molto lentamente, sono necessarie più di due ore: “Da ciò che avevo letto dell’esperienza sulla mescalina, ero convinto che la droga mi avrebbe introdotto, almeno per qualche ora, nella specie di mondo interiore descritto da William Blake (…). Ma ciò che mi ero aspettato non accadde”. Niente visioni grandiose, allucinazioni, forme e architetture deliranti, quindi. “Non vidi paesaggi né distese immense, né apparizioni magiche e metamorfosi di edifici, niente che somigliasse lontanamente a un dramma o a una favola. L’altro mondo in cui la mescalina mi introduceva non era il mondo delle visioni: esisteva fuori di esso, in ciò che potevo vedere con gli occhi aperti. Il grande cambiamento era nel regno del fatto obiettivo”…

Pubblicato nel 1954, questo breve essay non esaltante alla lettura quanto ci si aspetterebbe dalla sua fama, ma appunto dal successo epocale – tra le altre cose ispirò a Jim Morrison e Ray Manzarek il nome della loro band, The Doors, ma più in generale diventò una Bibbia per il movimento hippy e per la controcultura anglosassone – più che un diario dell’esperienza di Huxley con la mescalina è una sua riflessione sulle implicazioni psicologiche e filosofiche dell’utilizzo di questo alcaloide. Riflessione sulla quale l’autore tornò nel 1956 con Paradiso e Inferno, che infatti negli anni successive è stato quasi sempre pubblicato insieme al precedente saggio, cosa che avviene anche qui. Colpisce soprattutto la “crush” di Huxley per le droghe allucinogene, dopo che nei suoi celebri romanzi distopici Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo e in diversi interventi pubblici aveva indicato il ricorso massiccio a droghe come un terribile strumento del potere. Ma lo studio dei rituali sciamanici delle popolazioni del New Mexico nel 1937 e soprattutto l’incontro con Humphry Osmond devono averlo convinto che l’utilizzo di alcune di queste sostanze era in grado di “potenziare” l’individuo, di esaltarne le capacità invece che di abbrutirlo e renderlo più facilmente controllabile. In ogni caso, il volumetto con il suo titolo mutuato da un verso di William Blake - che peraltro viene spesso nominato nel testo - ebbe da subito immensa fortuna ed eco. Harold Raymond dell’editore Chatto and Windus, già alla lettura del manoscritto, disse ad Huxley che era il topo di laboratorio che ogni scienziato sognava di avere a disposizione. Nel suo caso, invece, l’autore era più una gallina. Dalle uova d’oro, per la precisione.