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Le radici dell’odio

Le radici dell’odio

Oriana Fallaci non è certo stata una di quelle giornaliste che passano la propria vita dietro una scrivania. Sempre in prima linea nei punti caldi del mondo, dal Vietnam alla Palestina, non ha mai perso un’occasione per andare a caccia di notizie, reportage o interviste sensazionali. Da Yasser Arafat all’Ayatollah Khomeini, da Golda Meir allo Scià di Persia passando per la sabbia insanguinata di un Medio Oriente che non conosce più il significato della parola pace, la penna dell’Oriana non ha perso occasione per graffiare e porre al centro dell’attenzione non soltanto la notizia o l’intervistato, ma anche se stessa. L’irriverenza di certe domande in grado di indisporre i suoi interlocutori è ormai proverbiale e non si sa mai se odiarla o amarla. Difficile smarcarsi dai suoi fendenti precisi e non di rado capziosi, e altrettanto difficile contrastare la sua lingua tagliente e velenosa, tipica di chi non si accontenta di fornire una cronaca ma di chi tiene a lasciar trasparire il proprio punto di vista. E del resto si sa, i punti di vista possono anche cambiare nel corso del tempo, e Oriana Fallaci, donna dal pensiero dinamico al pari della sua vita, non ha fatto eccezione…

Su Oriana Fallaci - sia da viva che da morta - è stato detto e scritto di tutto, ma mai come nell’ultimo anno la sanguigna giornalista e scrittrice fiorentina è stata elevata a Cassandra di uno scontro di civiltà di proporzioni bibliche tra mondo islamico e mondo occidentale. Sono stati soprattutto i suoi veementi attacchi all’Islam maturati dopo l’11 settembre 2001 a farle guadagnare i galloni di profetessa da parte di una certa nuova intellighenzia superficialotta, xenofoba e populista, desiderosa, come spesso accade nella storia, di nobilitare idee poco nobili associandole a intellettuali o figure di cultura in generale. Ciò, di contro, non ha fatto altro che scatenare l’odio indiscriminato di un’altra intellighenzia, quella dei benpensanti da salotto che da sempre costituiscono lo zoccolo duro dell’intellettualismo (ma de che?!) in salsa italiota. Quindi cos’ è Oriana nel 2015, a quasi dieci anni dalla sua morte? Una romantica martire occidentale incompresa e geniale o una valida penna che man mano ha visto sfumare la propria lucidità lasciandosi sedurre per paura o rincoglionimento da intolleranza e xenofobia? Io credo che la verità stia nel mezzo. Se da una parte infatti è vero che molto spesso le “profezie” della Fallaci oltrepassano i limiti non soltanto del buon gusto ma proprio dell’effettiva veridicità e obiettività dei fatti, dall’altra è impossibile non notare una frattura crescente fra il cosiddetto mondo occidentale e il cosiddetto mondo islamico (moderato e non), frattura che troppo spesso si sta riempiendo d’odio e diffidenza da ambo le parti e che sembra interessare e coinvolgere poco le potenze mondiali, le quali rivelano una delittuosa incapacità nel calarsi in questa nuova realtà multipolare. Le radici dell’odio ha il pregio di fornire attraverso interviste, saggi e articoli un trend cronologico omogeneo del Fallaci-pensiero (si va dagli anni ’60 al 2005), che non è privo di contraddizioni e non evidenzia un modo di pensare univoco (basti pensare alle sferzate riservate agli americani durante la Prima Guerra del Golfo e l’atteggiamento diametralmente opposto dopo gli attentati del 2001), regalando ai tanti (di entrambi gli “schieramenti”) la possibilità di leggere davvero l’Oriana, e non di citarla a sproposito per tirare acqua al proprio mulino, xenofobo o benpensante che sia.