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Le ragazze in camice bianco

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Metà de XIX secolo, Cincinnati, Ohio. Elizabeth Blackwell è testarda: vuole diventare medico, vuole essere ufficialmente la prima donna della storia a laurearsi in medicina. Di donne che hanno praticato la scienza della cura ce ne sono state diverse, nei secoli precedenti, esercitando e assistendo nei modi più disparati: dalle sciamane alle levatrici, dalle erboriste alle maghe. Elizabeth, impacciata in società e timida terzogenita di una famiglia sbarcata negli Stati Uniti dall’Inghilterra, ha ventiquattro anni e ascolta perplessa gli incoraggiamenti a studiare anatomia, chirurgia. Discipline che le danno un po’ di disgusto. I trattamenti dell’epoca erano, infatti, ripugnanti: “il salasso, l’applicazione di medicamenti vescicanti e le purghe richiedevano grande coraggio”. Un altro capitolo ostico riguardava i veleni: metalli tossici come il cloruro mercuroso erano impiegati per combattere ogni genere di infezioni; l’arsenico copriva le patologie psichiatriche, dall’ansia alla perdita di libido. La medicina, pur così cruenta e repellente, era però il campo di gioco ideale per dimostrare le qualità e le capacità delle donne, che timidamente iniziavano a prendere consapevolezza della propria forza rispetto al sesso (allora sì, e molto) forte. L’orizzonte della rivoluzione era culturale: se ci fossero state più donne nelle corsie degli ospedali e negli ambulatori, allora molte delle altre donne che fino ad allora rifiutavano di farsi visitare da un maschio avrebbero cambiato idea. Ma se Elizabeth avesse raggiunto il suo scopo professionale, il sogno del matrimonio si sarebbe inevitabilmente dissolto…

Il timore, il panico di soffrire di qualche patologia, per molte donne, per molto tempo, portava con sé un duplice dilemma: oltre alla consapevolezza di essere malate, la conseguente impossibilità a trovare marito. E, dunque, a vivere una vita degna di essere vissuta. A sbrogliare questo groviglio furono indispensabili le opere di alcune donne, in lotta per garantire diritti e dignità ad altre sorelle. Il terreno di scontro era un vero e proprio campo minato: la medicina, disciplina da sempre assoggettata al potere maschile. Elizabeth Blackwell, insieme con Elizabeth Garrett Anderson e Sophia Jex-Blake, fu pioniera della scienza e rivoluzionarie dei diritti, in epoca vittoriana. Sono loro tre le protagoniste di Le ragazze in camice bianco, raccontate con passione da Olivia Campbell, giornalista al suo primo libro, dopo numerose prestigiose collaborazioni, dal “Guardian” al “New York Magazine”. Per scrivere questa storia, Campbell ha approfondito per anni la materia, fatto ricerche e trovato, infine, il modo giusto per raccontare, senza cadere nell’eroico e nemmeno nel didascalico. Il riscatto di quelle tre donne medico è passato attraverso il percorso ordinario: laurea, professione, insegnamento, cura - soprattutto - di altre donne meno dotate di competenze e possibilità. Oggi, come si sa, la maggior parte delle studentesse di medicina è donna e gli ospedali sono affollati di camici femminili, anche se poi difficilmente tali operatrici sanitarie riescono a sfondare il cosiddetto “soffitto di cristallo” e diventare dirigenti, in ospedale come nei laboratori di ricerca. Come sottolineava Virginia Woolf riferendosi alla realizzazione concreta delle donne, l’essenziale sta nel possedere “una stanza tutta per sé”. Così fu anche per Lizzie Blackwell, quando “poté godere anche di un nuovo privilegio: avere una stanza tutta per sé all’interno dell’ospedale dove poteva leggere e riporre i suoi oggetti personali”.