Leopoldo Balbino, orso bruno marsicano e vicequestore aggiunto della squadra mobile di Morgese, irrompe sulla scena del crimine. La sua presenza è imponente, è un colosso che esercita autorità con lo sguardo e con la zampa, abituato a farsi obbedire. Balbino è nato in cattività, cresciuto nella violenza e nella fame, temprato dalla strada e dalla forza bruta. Da giovane si è guadagnato da vivere nei vicoli come manovale e picchiatore. La sua fama nasce dalla potenza della zampa, capace di schiacciare o uccidere. Dopo aver mandato in coma un innocente durante una rissa, sceglie di entrare in polizia, convinto che la divisa possa ripulirlo e offrirgli una forma di redenzione. Rimane però una figura ambigua: violento ma non stupido, temuto e rispettato, con addosso un odore misto di giustizia e brutalità. Balbino interroga Giuseppe Bellingeri – ingegnere, agente dei servizi segreti da poco tornato a indossare abiti civili – chiamato sul posto per un riconoscimento. I due entrano nella stanza dove si trova il cadavere. Il corpo appartiene a una giovane donna, nuda, coperta solo da un accappatoio e da slip. La posa è oscena, studiata. Bellingeri osserva con attenzione professionale: nota la pelle livida, il ventre, la rigidità, il sangue ancora fresco. Sul pavimento, il sangue disegna due lunghe linee arcuate che partono dalla testa: sono corna tracciate intenzionalmente, una firma. Bellingeri intuisce che non si tratta di un omicidio casuale, ma di una messinscena, un messaggio lasciato deliberatamente dall’assassino. Alla vista del volto della vittima, Bellingeri la riconosce: è Maria De Albertis, una sua ex amica. Spiega a Balbino che non vede Maria da oltre tre anni, dopo un litigio legato alle sue “amicizie”. La descrive come una ragazza fragile, con debolezze, che frequentava ambienti discutibili ma non criminali. Nega che si prostituisse o avesse dipendenze. Non sa indicare familiari prossimi: la madre è morta, il padre sconosciuto…

Il romanzo d’esordio di Daniele Pronestì si muove su un terreno scivoloso ma interessante, dove il noir incontra l’allegoria e la commedia grottesca convive con una riflessione cupa e attuale sull’umano. Il protagonista è Giuseppe Bellingeri, calabrese, ingegnere mai diventato davvero tale, ex agente dei servizi segreti rientrato a fatica in una normalità borghese che gli sta stretta. Nel mondo immaginato da Pronestì, però, Bellingeri è anche un lupo grigio, perché accanto agli esseri umani convivono animali antropomorfi, parlanti, vestiti, perfettamente integrati nel tessuto sociale. Non si tratta di un semplice espediente fantastico: questa scelta diventa la chiave per osservare vizi, pulsioni e contraddizioni con uno sguardo più tagliente del realismo tradizionale. La vicenda prende avvio in un paese della piana di Reggio Calabria, quando in un appartamento viene ritrovato il corpo senza vita di una giovane donna libera e irregolare, legata in passato a Bellingeri. A convocarlo sulla scena è il vicequestore Balbino, un orso bruno a capo della squadra mobile: figura brutale, sarcastica, ambigua, che incarna una giustizia fatta di istinto e forza più che di regole. Da qui si innesta un’indagine che, solo in apparenza, segue i binari classici del giallo. C’è una vittima, c’è un passato irrisolto, ci sono sospetti e rivelazioni. Ma ben presto risulta chiaro che l’omicidio è soprattutto un detonatore narrativo. Il centro del romanzo non è tanto la scoperta del colpevole quanto il mondo che l’indagine porta alla luce: una Calabria solare e feroce, sospesa tra Mediterraneo e suggestioni da hard-boiled americano, dove i palazzi affacciati sullo Stretto convivono con i campi sfruttati, il caporalato, la criminalità organizzata, le violenze sommerse. Attorno a Bellingeri si muove una galleria di personaggi memorabili: giornalisti-lemuri maleodoranti e irresistibili, poliziotti-bestie, donne segnate da scelte difficili, immigrati ridotti a forza-lavoro senza diritti. È proprio questa coralità, più che la trama investigativa in sé, a reggere il romanzo. Pronestì dimostra una notevole abilità nel tratteggiare figure vive con pochi tocchi, spesso caricaturali ma mai vuote, capaci di restituire una verità emotiva e sociale più ampia. La lingua è un altro terreno di rischio e di forza. Pronestì utilizza un italiano fortemente connotato, attraversato dal dialetto calabrese. All’inizio può risultare respingente, soprattutto per chi non ha familiarità con certe sonorità. Tuttavia, superato l’impatto iniziale, il ritmo dei dialoghi e il contesto rendono il lessico sempre più leggibile, fino a trasformarlo in una componente identitaria del romanzo. Un esordio interessante, che lascia la sensazione di trovarsi davanti a una voce già riconoscibile e a un personaggio destinato a tornare. E viene voglia di seguirlo, questo lupo della Sila, per vedere dove lo porterà il prossimo passo.