Salta al contenuto principale

Le ribelli - Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore

Le ribelli - Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore

Francesca Serio attende giustizia da ormai dieci anni. Il processo in Cassazione si è appena concluso. Assolti per insufficienza di prove i mafiosi accusati dell’omicidio di suo figlio Salvatore Carnevale, il sindacalista contadino di Sciara ucciso il 16 maggio 1955. Due nomi celebri, futuri presidenti della Repubblica, schierati su fronti opposti. “C’è già tutto, o quasi, di quanto accadrà nei decenni successivi. E di quanto era già accaduto. Il corso della giustizia. Il doppio volto dello Stato”. La madre fiera del “sindacalista ribelle” è incorruttibile e determinata ad ottenere giustizia… Felicia Bartolotta, vedova Impastato, è la madre di Peppino. “Figlia della Grande Guerra”, non è cresciuta in ambienti mafiosi ma conosce bene quella violenta realtà. “Senza rompere la famiglia, senza infrangere le “regole dell’ubbidienza” allevò i due figli ai valori della democrazia e li protesse nel loro cammino”. Un “alone protettivo” che battezzò la nascita di Peppino Impastato, divenuto un simbolo della lotta alla mafia… Saveria Antiochia è la coraggiosa madre di Roberto, un poliziotto ucciso il 6 agosto 1985 insieme al “suo” commissario Ninni Cassarà, vicecapo della Squadra mobile palermitana. Roberto, trasferito ingiustamente a Palermo, lottò valorosamente per quella città tormentata che “gli era rimasta dentro come un fuoco”… Michela Buscemi è la sorella di Salvatore e Rodolfo, due vittime vicine ai clan di “Cosa Nostra”. Chiede giustizia per i suoi fratelli uccisi, costituendosi parte civile al maxiprocesso di Palermo. Rinnegata dalla famiglia, quella di Michela è una rivolta assoluta contro la sua cultura d’origine… Rita Atria è la giovanissima sorella di Nicola, un mafioso vittima di mafia. Appena diciassettenne, con un coraggio da leonessa, si affida alla giustizia, a Paolo Borsellino, il giudice sensibile che rispetta come un padre, la cui morte rende drammaticamente vana ogni speranza…Un’altra Rita, proprio la sorella di quel “giudice dai baffetti gentili”, raggiunse il massimo grado di ribellione, “diede l’assalto al cielo” candidandosi alla presidenza della Regione. A raccontare che “l’antimafia è (soprattutto) donna” è infine l’eroismo ribelle di Lea Garofalo. Una “fraternità collettiva”, un processo giudiziario simbolico, una partecipazione civile senza precedenti…

Giovanni Falcone disse: “Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia”. Una provocazione che esprime una profonda verità. La mafia non è un evento calamitoso e straordinario. La sua capacità di inserirsi e confondersi nel tessuto sociale, la rende un fenomeno pervasivo e totalizzante, pericolosamente somigliante alla cultura che inconsapevolmente costruiamo ogni giorno. “Cambia, ma è sempre la stessa. Bazzica il mondo della finanza e si globalizza, ma resta un potere pre-moderno che utilizza i mezzi della modernità per funzionare meglio”, queste sono le parole di Nando dalla Chiesa intervistato da “Bresciaoggi”. L’autore, figlio del generale dell’Arma dei Carabinieri Carlo Alberto, è professore ordinario di Sociologia della criminalità organizzata all’Università degli Studi di Milano, presidente onorario dell’associazione “Libera” e presidente della Scuola di formazione Antonino Caponnetto. Scrittore acuto e prolifico, i suoi testi offrono al lettore una lucidissima analisi del fenomeno criminale e dei sottili meccanismi implicati nella capillare diffusione della cultura mafiosa. Le Ribelli, la cui prima pubblicazione risale al 2006, riflette oggi un profondo mutamento. Cambia la coscienza collettiva risvegliando un’identità consapevole, sulla scia del movimento d’emancipazione femminile ormai quasi globale. La nuova edizione è arricchita dall’aggiunta di un racconto chiave, la storia di Lea Garofalo, l’evento comunitario promotore di una solidarietà universale, soprattutto femminile. La voce di Lea, zittita dal potere mafioso, patriarcale e maschilista per eccellenza, è divenuta l’urlo collettivo di un intero Paese, delle donne che l’hanno preceduta, delle nuove generazioni che difendono i propri diritti rompendo l’omertà secolare. “Sono la madre di…”, “Sono la sorella di…”, così titolano i diversi capitoli del testo perché queste donne Ribelli sono soprattutto madri, sorelle, figlie e mogli capaci di innalzare la forza rivoluzionaria del sentimento oltre ogni confine, la cui identità coincide primariamente con il ruolo affettivo che muove nel profondo la loro richiesta di giustizia. Donne diverse i cui destini incrociano lo stesso radicale cammino di liberazione. Coraggiose perché sfidano ogni contraddizione. Pur vivendo spesso una vita in clandestinità, sotto scorta, esprimono il massimo grado di libertà possibile, quella che solo la voce della verità può concedere. Isolate, talvolta ripudiate dalla famiglia e dal paese d’origine, non sono sole, sono esempi collettivi che raccolgono grande solidarietà civile. La lotta alla mafia passa anche e soprattutto per l’educazione di uomini diversi. Quell’amore puro è incontenibile nelle memorabili e strazianti parole di Rosaria Costa Schifani ai funerali di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta. Un amore rivoluzionario che fece crollare ogni ipocrisia. “Troppo sangue, non c’è amore qui, non c’è amore qui, non c’è amore per niente”.