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Le ripetizioni

Le ripetizioni

Il 17 giugno del 1998, il quarantenne Mario “ritrova la propria infanzia, che credeva perduta”. È a Firenze per lavoro (lui vive a Padova) e ha un paio d’ore libere. Di sedersi in un bar per leggere – come fa di solito – in quel giorno trasparente e fresco non ha nessuna voglia, così si reca ai giardini di Boboli, dei quali ha sentito tanto parlare. Passeggiando nei giardini quasi deserti viene improvvisamente travolto dai ricordi: i nonni, la sua prima ragazza – l’indimenticabile Lucia, “ammazzata in Maremma, in un’alba d’agosto, da un automobilista ubriaco, appena fuori dal campeggio” – un profumo. Sì, il profumo di una siepe di bosso che lo ributta indietro nel tempo, ad una gita domenicale alla casa del Petrarca, ad Arquà, nei Colli Euganei. E poi ancora più indietro, all’infanzia a San Daniele del Friuli, a una fontana con gli insetti che camminavano sull’acqua, ai libri d’avventura rilegati in tela rossa dentro una vetrinetta, ai piatti cucinati dalla nonna, ad un’altra ancor più profumata siepe di bosso. Con i ricordi arriva anche la decisione, presa d’impeto, di tornare a visitare quei luoghi della memoria. Così, qualche giorno dopo, Mario prende due treni fino a Udine e poi una corriera fino a San Daniele. Con impazienza si reca ai giardini del Castello: ecco la fontana, pure una panchina di pietra rotonda è come la ricordava ma nessuna traccia delle siepi di bosso, il profumo che si aspettava non c’è. Si imbatte in un giardiniere, gli spiega la questione, quello spiega che lavora là solo da tre anni, bisogna chiedere al giardiniere vecchio, lo troverà sicuramente al bar Fantuzzi, “appena giù dalla piazza, di fronte al Duomo”. Rintracciato l’anziano giardiniere Santino, Mario viene a sapere che in quei giardini non c’è mai stata nessuna siepe di bosso. Turbato, se ne torna a Padova. Nei giorni successivi – anche grazie ad un colloquio col fratello minore e a un incontro fortuito in aeroporto – Mario riflette molto sulla questione e conclude: “Che cosa importa, se un ricordo è vero o falso? Che cosa importa, se la nostra vita, la vita di chiunque, è vera o inventata? (…) Le invenzioni della fantasia, le storie raccontate, i sogni, i ricordi, non sono né più né meno reali di queste mani che sollevo davanti la faccia”...

“Il ricordo è un vestito smesso che, per quanto bello, però non va perché non entra più. La ripetizione è un vestito indistruttibile che calza giusto e dolcemente, senza stringere né ballare addosso”. Lo scriveva Søren Kierkegaard nel 1843 in un breve, raffinato e difficile saggio intitolato La ripetizione, in cui acutamente il filosofo faceva notare che la ripetizione è profondamente diversa dal ricordo. E – le prime venti pagine del romanzo di Giulio Mozzi lo mettono subito in chiaro – se non possiamo fidarci dei nostri ricordi, figuriamoci di quelli del protagonista. Eppure, reali o no, credibili o no, pagina dopo pagina frammenti – che raccontano vicende quasi sempre accadute un 17 di giugno – ripercorrono la vita di Mario, i suoi amori (la compianta/rimpianta Lucia, morta ragazza, la nevrotica Bianca con la quale ha fatto – forse – una figlia, la morbida Viola, che lo tradisce prima con il datore di lavoro e poi diventa una prostituta BDSM), le sue vicende professionali, i suoi incontri (ci sono, tra gli altri, un ex terrorista nero e un pittore con un ruolo essenziale per decrittare il romanzo) e i suoi segreti (il bello e dannato Santiago, che tiene ostaggio Mario in una relazione sadomasochista senza censure né scrupoli). Sono personaggi che, come spiega lo stesso Mozzi in un’intervista concessa a Giorgia Tribuiani per “Il rifugio dell’Ircocervo”, già frequentavano la scrittura dell’autore da un po’: “Santiago era già apparso di sfuggita in un paio di racconti (uno de Il male naturale, uno di Fantasmi e fughe). Qualche mese dopo misi insieme uno scartafaccio, che intitolai Introduzione ai comportamenti vili, nel quale la storia di Santiago e Mario cominciava a dispiegarsi, e facevano la loro apparizione Bianca e (ma fuggevolissimamente) Viola. La storia di Mario e Bianca, peraltro, aveva attraversato tutti i miei precedenti libri (tranne Fantasmi e fughe), in alcuni racconti”. Ma allora, se i ricordi raccolti da questa copertina suggestiva ma completamente slegata dal contenuto del libro e scelta solo per motivi estetici dall’editore potrebbero non essere veri – e in alcuni casi ne abbiamo certezza, dato che vengono raccontati eventi incompatibili tra loro, che si smentiscono l’uno con l’altro – se gli eventi più estremi potrebbero essere fantasie morbose e non fatti reali, quali certezze rimangono al lettore? Poche. Perché, per dirlo con le parole del protagonista de Le ripetizioni, la memoria altro non è che “una storia, priva dell’attributo della realtà, ma dotata di quello della verità”. Non rimane che tornare indietro, rileggere, confrontare, cercare di orientarsi nel labirinto della vita di Mario cercando il/un bandolo della matassa, facendo caso a quei particolari che prima ci erano sfuggiti. Un romanzo bello alla prima lettura, bellissimo alla seconda – quando il lettore però, conoscendolo già, eviterà di leggere lo sconvolgente, raggelante finale. Per quello, una volta è sufficiente.