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Le sante dello scandalo

Le sante dello scandalo

Tamàr, Rahàv, Rut, Betsabea, Maria. Tamàr vuole a tutti i costi diventare madre in terra d’Israele, dare un figlio a quella gente che viene dal deserto e ha smesso di credere alle divinità locali per credere a un unico dio che si è manifestato a loro e che, dicono, è ovunque. Con l’inganno riesce ad avere un incontro con Giuda. Non le interessa avere un marito, non le interessa essere sposa. Il suo scopo è diventare madre all’interno di quel popolo. Rahàv è una prostituta, nella sua casa troveranno accoglienza le due spie che il condottiero Giosuè, prima di invadere Gerico, ha mandato in avanscoperta: in cambio dell’incolumità sua e della sua famiglia, Rahàv nasconde e protegge le due spie, tradendo il suo popolo. Rut è una giovane vedova, nottetempo si infila nel letto accanto al vecchio Boàz per poi farsi sposare, incinta, il mattino dopo. Betsabea è così bella che bastò guardarla una sola volta a Davide per essere “travolto da un impulso furioso dei sensi”. Non importa che sia sposata, e non importa che suo marito, Uria, sia un guerriero al servizio di Davide: basterà far finta che muoia in battaglia...

La sensazione che per Erri De Luca la donna sia una presenza scomoda e non pacificata forse è solo mia. Ma allora, perché vengono scelte queste cinque donne qui, dipinte come molto poco sante e molto ingannatrici, seduttrici, egoiste? Ce ne fosse una che si salva. Prostitute e traditrici. Persino Maria (ma che le vuoi dire a una che ha partorito vergine?) non ne esce bene perché, stringi stringi, è rimasta incinta prima delle nozze e di un uomo che non era il suo sposo. Insomma, tutta la cornice positiva in cui vengono iscritte, donne che “forzano la legge” e “impongono eccezioni”, non si incastra bene, non le contiene affatto. Serpeggia fra le pagine un non detto. Era bello quando, leggendo De Luca, pensavi che meglio di così quella frase non poteva essere scritta. Da un paio di anni in qua (il che tradotto nella prolificità dell’autore vuol dire: da almeno cinque libri) la sensazione è opposta: la prosa si è contratta, sembra che De Luca a forza di togliere abbia tolto troppo. All’inizio sfugge cosa. Le preposizioni semplici (di-a-da-in-con-su-per-tra-fra) ci sono ancora, i pronomi pure. Le preposizioni articolate e gli articoli, invece, sono usati con troppa parsimonia. Forse l’eliminazione del superfluo è andata oltre il dovuto. Erri De Luca, quello che ti fa tornare in mente perché è amato così tanto (e anche da me) torna nel Congedo finale, dove ci racconta di Ante Zemljar, il suo amico e poeta jugoslavo. Costretto ai lavori forzati dal regime di Tito per dissidenza, deve spaccare pietre tutto il giorno, pietre che poi vengono buttate nel mare perché la sua fatica non deve servire a niente. Allora Ante si immagina che in ogni pietra sia nascosta una scintilla, che viene liberata dai suoi colpi. Ecco, la cosa più bella di questo libretto è racchiusa, come una scintilla, in questa piccola pagina.