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Le sorelle Bunner

Le sorelle Bunner

Lo stabile il cui seminterrato è occupato dal negozietto discreto delle sorelle Bunner – ha un’unica vetrina che mostra un assortimento tale da rendere difficile capire con precisione il tipo di attività che si svolge al suo interno – è un’abitazione privata che ha imposte verdi appese a cardini sgangherati e l’insegna di una sartoria sulla finestra posta sopra al negozio. Da entrambe i lati dei suoi tre piani si stagliano edifici più alti che un tempo erano case private. Ora, invece, una mensa a basso prezzo occupa il seminterrato di uno di essi, mentre l’altro è diventato il Mendoza Family Hotel, frequentato da famiglie dai gusti tutt’altro che esigenti. Dunque, a spiccare tra costruzioni e dettagli tanto deprimenti, sono i vetri della vetrina delle sorelle Bunner, sempre lavati con estrema cura. Inoltre, anche se i fiori artificiali, i barattoli di conserve fatte in casa e i nastri di flanella mostrano quel colore tendente al grigio che hanno in genere gli oggetti conservati per troppo tempo nelle bacheche dei musei, dalla vetrina si possono scorgere gli ambienti interni del negozio, in particolare i banconi ordinati e le pareti immacolate che contrastano con la sporcizia che troneggia tutt’intorno al negozio. Ann Eliza, la maggiore delle sorelle Bunner, sta godendo la serata di gennaio, mentre è seduta nel retrobottega che è insieme camera da letto, salottino e cucina. Aspetta che sua sorella Evelina torni dalla tintoria, dove si è recata per una consegna. Nel retrobottega il bollitore gorgoglia sul fornello e sul tavolo centrale, disposte sopra una tovaglia, ci sono due tazze di tè, una zuccheriera, due piatti e un pezzo di torta. Ann Eliza sta cercando di legare un oggetto bitorzoluto avvolto nella carta. Ogni tanto le pare di sentire un rumore, allora si ferma e controlla che non si tratti di Evelina. Poi, accertato il fatto di esser sola, continua nella sua impresa. Sembra in guerra con quel pacchetto. Alla fine, però, pare soddisfatta del risultato. Posiziona il pacchetto accanto al piatto della sorella, proprio un attimo prima che la porta del negozio si apra ed Evelina faccia il suo ingresso...

Più che un romanzo, siamo di fronte a una novella. Si tratta di uno dei primi lavori di Edith Wharton, scrittrice e poetessa statunitense, la prima donna a vincere il premio Pulitzer nel 1921, per il romanzo L’età dell’innocenza, in cui vengono raccontati i fasti della società americana dell’epoca. In questo lungo racconto, invece, i toni sono completamente diversi. Molto più dimessi, quasi cupi, raccontano di un negozietto poco vistoso, nel seminterrato trasandato di una via buia e malmessa della città. Ma se l’ambientazione e il tessuto sociale di cui la Wharton racconta sono, come si diceva, diversi dal solito, identica è la delicatezza con cui l’autrice presenta i personaggi e, in particolare, le loro fragilità. Le due sorelle Bunner sono riuscite a costruire un equilibrio all’interno del quale hanno adagiato le loro esistenze e celato i loro sogni, se mai ne hanno avuti. Sanno godere del poco che hanno e apprezzare le piccole gioie, apparentemente insignificanti, ma in realtà importantissime per il loro quotidiano: una tazza di tè, la vetrina del negozio tirata a lucido, le semplici incombenze quotidiane, la mancanza di debiti. Ma è sufficiente un alito di vento per scuotere dal profondo un equilibrio precario e fragile come un cristallo. E dall’improvviso vortice che si crea ne escono le verità taciute, i tradimenti che pesano sul cuore, le rinunce e le illusioni che sono ferite ancora aperte e sanguinanti. E sarà una nuova rinuncia a mostrare la profondità del rapporto tra Evelina e Ann Eliza Bunner, un affetto permeato da una malinconia che si fa collante tra le loro esistenze. La penna della Wharton, elegante e attenta a ogni sfumatura dell’animo femminile, sa raccontare, con la maestria che diventerà una sua cifra stilistica, la paura nascosta dietro ogni verità, la malinconia della solitudine, il dolore del silenzio. Un racconto breve, che si legge nel tempo in cui si sorseggia una buona tazza di tè, ma che è una vera e propria perla, un esempio di come, anche in poche pagine, si possa scrivere una storia profonda e intensa, destinata a lasciare il segno.