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Le stazioni della Luna

Le stazioni della luna

Inizio anni Cinquanta. Clara Ballarin sbarca nella sua città natale, Mogadiscio, in una giornata scintillante. Per tanti anni ha sognato quel momento e ora è “emozionata, quasi sbigottita, colma di aspettative”. Ad attenderla sul molo c’è Haajiya, la suora che da bambina – prima della caduta dell’AOI e dell’occupazione britannica, quando Clara, sua madre e suo fratello Enrico furono costretti ad abbandonare la Somalia – le ha insegnato tante cose. Prima di salire sulla elegante Fiat 1100 con autista messale a disposizione dalla moglie del Commissario della città somala, Clara si toglie le scarpe e affonda i piedi nella sabbia, nella sua terra. È davvero felice di essere di nuovo a Mogadiscio. Le è stata assegnata una cattedra, farà l’insegnante in una scuola elementare. Enrico invece è già tornato in Somalia da qualche mese, per lavorare come agronomo a Genale. Il governo ha fatto disboscare molti terreni laggiù per coltivarli e si sta sperimentando la coltura di cotone, arachidi, ananas, tabacco, cannella e persino albero della gomma. Durante il percorso verso la chiesa del Sacro Cuore, dove alloggerà, Clara guarda dai finestrini Mogadiscio: in un decennio quasi nulla sembra essere cambiato, “c’era polvere dappertutto e, di tanto in tanto, una capretta o un cammello attraversavano la strada tra le macchine”. Arrivata alla sua austera cameretta, prima di salutare suor Haajiya e riposarsi un poco, le domanda se è ancora in contatto con Ebla, la sua balia somala, la sua seconda madre, la donna che ha segnato la sua infanzia…

Ventotto capitoli come le “stazioni” della luna del titolo – un caposaldo dell’astronomia tradizionale del Corno d’Africa – per questo romanzo che ha l’indubbio pregio di essere ambientato (almeno in parte) in un periodo storico forse poco studiato, ma sicuramente poco conosciuto dal grande pubblico, quello dell’amministrazione fiduciaria della Somalia. Fino all’1 aprile 1950 l’ex colonia fascista rimase occupata interamente dalle truppe britanniche, poi su mandato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite venne istituita l’AFIS (Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia), con il compito di guidare la transizione democratica del Paese fino all’indipendenza, raggiunta poi compiutamente nel 1960, quando l’AFIS e il Somaliland (area rimasta a controllo britannico) si unirono nella Repubblica Somala indipendente (mentre la Somalia francese divenne lo Stato indipendente del Gibuti soltanto nel 1977). Spiega in un’intervista l’autrice de Le stazioni della Luna Ubah Cristina Ali Farah, di padre somalo e madre italiana, cresciuta a Mogadiscio dove ha vissuto fino al 1991, quando è scoppiata la guerra civile: “È stato un periodo particolare anche per l’Italia, che ha dovuto lasciare la Somalia sconfitta dagli inglesi e poi è tornata in una ex colonia con funzioni molto diverse. La mia intenzione è di mescolare le due parti. I due mondi sono strettamente connessi e voglio esplorare la convivenza di due culture e lingue, la tensione che si genera, in base alle memorie personali e al materiale raccolto presso l’Archivio Somalia di Romatre”. È la storia di Clara e Sagal, sorelle di latte, ma è soprattutto la storia di Ebla, donna del popolo eppure a suo modo intellettuale raffinata, custode della cultura tradizionale del suo popolo, capace di leggere il cielo come le ha insegnato il padre. Ed è un libro di donne forti e profonde, di madri e di figlie. L’autrice per fortuna sfugge alla rozza, ingenua dicotomia “italiano colonialista cattivo – somalo ribelle fiero e buono” e questo fa senz’altro bene al romanzo, che pure soffre di qualche passaggio didascalico di troppo e di dialoghi a tratti inverosimili, con i personaggi che parlano tutti come libri stampati.