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Le streghe bruciano al rogo

Le streghe bruciano al rogo

Valeria Bardi, commissaria a capo della Squadra Mobile di Firenze, un corpo alto e robusto per cinquant’anni ben portati, è appena arrivata in ufficio, dopo una sostanziosa colazione seguita a un tardo risveglio. Sta mettendo sul davanzale della finestra la sua gerbera rosa, affinché benefici della pioggia fitta e fine che sta scendendo da un po’. Intanto, Manuele Belgrandi, ispettore e vice della commissaria, sta guardando verso il portone della Mobile una signora che, scesa dalla bicicletta, se ne sta in piedi sotto l’acqua, con il giaccone e i capelli completamente fradici. Poco dopo la signora, molto bagnata, viene introdotta nell’ufficio della Bardi. Afferma di chiamarsi Maria Eugenia Luisa Ortesi, quarantasei anni, scrittrice, residente a Firenze ma nata a Ripalta Irpina. Che coincidenza. È una quasi compaesana di Valeria, che è nata in un altro piccolo paese dell’Irpinia, Torre Vipera. La Ortesi riferisce di essere stata minacciata. Il giorno precedente ha trovato una busta gialla, spedita da Firenze, all’interno della quale ha trovato una cartolina, raffigurante uno scorcio del suo paese natale, sulla quale è stata scritta una frase inquietante: “Le streghe bruciano al rogo”. La donna, separata da sette mesi – il marito, noto urologo, è morto tre settimane prima a causa di un infarto, mentre si trovava a un congresso a Lucca – non ha idea di chi possa averle inviato quella missiva. La scritta sulla cartolina accende una lampadina che illumina frammenti di ricordi in Valeria. Quella frase l’ha già letta. Non in un libro, ma nel dossier di un omicidio. Sono sufficienti poche ore a Belgrandi per scoprire che, effettivamente, due mesi prima, a Ferrara, una donna è bruciata nel rogo della propria auto e in casa della donna è stato rinvenuto un biglietto, scritto a computer, con la stessa frase minatoria ricevuta da Eugenia…

L’esergo del romanzo recita “Alle donne maltrattate e uccise, alle donne che riprendono in mano la loro vita”. Ed è proprio in queste parole che è racchiuso il senso della storia di Maria Letizia Grossi – per vent’anni insegnante nelle scuole superiori, una laurea in Storia medievale – al suo secondo romanzo della serie che vede come protagonista la commissaria Valeria Bardi. Si tratta di una storia declinata al femminile – tre donne, forse tre streghe, di cui una scomparsa, una uccisa e una minacciata – e che delle donne racconta la fragilità e la fierezza, i dubbi e la determinazione. A partire dalla protagonista, commissaria dai capelli rossi e dal fisico procace e un po’ appesantito dallo scorrere del tempo, donna che ostenta un’immagine di sé forte ma che nasconde, nella riservatezza del suo privato, una certa fragilità. Valeria è un’affamata di giustizia e, quando una scrittrice si presenta nel suo ufficio, al commissariato di Firenze, per raccontare di una strana minaccia scritta su una cartolina che raffigura un piccolo paese sconosciuto ai più, non esita un momento a cercare di fare chiarezza sulla vicenda e a seguire la sua intuizione, che le parla di qualcuno che vuole infierire sul sesso femminile. Strane coincidenze, racconti del passato di cui si preferisce tacere e nuove scoperte nascoste in uno sconosciuto paese dell’Irpinia – che Valeria raggiunge, per cercare di sbrogliare l’intricata matassa che l’intera vicenda rappresenta, e nel quale ritrova una parte del proprio passato e si sente in qualche modo a casa – si susseguono in un crescendo di suspense che la Grossi ha saputo realizzare con maestria. Tra riferimenti letterari importanti – Dante, Pavese, Petrarca – ed espressioni dialettali che ben connotano i protagonisti della narrazione, la Grossi racconta di emancipazione e femminismo, di tradizioni e di radici, di sottomissione e ribellione, della capacità di prendere in mano il proprio destino e viverlo senza dover sottostare ad autorità precostituite e ingiuste. Una lettura interessante e ricca di spunti di riflessione, ai quali attingere e di cui far tesoro.