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Le streghe di Manningtree

Le streghe di Manningtree

Sua madre ha un odore particolare, quando dorme. Si tratta di un odore singolare e quasi virile. È lo stesso che Rebecca sentiva quando, da piccola, veniva mandata al Red Lion a recuperare il padre, affinché tornasse a casa per cena. Nell’osteria l’aria sapeva di birra acida e suo padre, sempre piuttosto brillo, la sollevava e la baciava in fronte. Poi insieme, mano nella mano, uscivano, risalivano la collina di Lawford e tornavano a casa. Sono trascorsi quindici anni dalla morte di suo padre e ora Becky e la madre dormono insieme, nello stesso letto, nell’unica camera della casa che l’uomo, quindici anni prima, aveva costruito per loro. Una casa arredata con l’essenziale, composta da tre stanze e con l’intonaco macchiato dalla muffa. Becky ascolta i rumori che sua madre produce mentre dorme. Russa talmente forte che pare voglia svegliare tutti i diavoli dell’inferno e il suo viso è così immobile che, a un primo sguardo, pare quello di una statua. Poi però Rebecca nota che non ha la serenità delle opere d’arte che le è capitato di vedere in chiesa. No. Il temperamento di sua madre si impone anche su ogni ruga del suo viso arido. Si chiama Anna, sua madre, ma tutti la conoscono come “la Beldam West”. Beldam è un appellativo formato da Bel, a sua volta mutuato da Belle – bella in francese – e Damn, che non è altro che l’abbreviazione di dannata. Si tratta di un nome che le si addice, pensa la giovane Rebecca mentre osserva il naso lungo e storto della donna: una vecchia frattura glielo ha ridotto così. La figlia ricorda perfettamente il giorno dell’incidente. Anna e comare Rawbood hanno litigato, accanto all’orto degli aromi, e se le sono date di santa ragione. Becky ha ancora davanti agli occhi l’immagine della donna che capitombola all’indietro in un cespuglio di rosmarino, stringendosi il naso con la mano, mentre il sangue piano piano cola appiccicoso dalle dita. La bocca, pensa Becky, è la parte peggiore della madre. Quando dorme, le labbra sottili sono socchiuse e si intravedono i denti anneriti a causa del vizio di masticare tabacco…

Ambientato nell’Inghilterra del Diciassettesimo secolo – più precisamente nel 1643 – l’esordio di A.K. Blakemore, poetessa anglosassone, nel mondo della narrativa, è un romanzo storico che prende l’avvio da episodi realmente accaduti. Si tratta del periodo in cui in Inghilterra imperversa una persecuzione senza precedenti nei confronti di centinaia di donne, condannate a morte con l’accusa di praticare la stregoneria. Tra i fautori di tali condanne la Storia annovera l’inquisitore Matthew Hopkins, di cui la Blakemore racconta nel romanzo. La protagonista Rebecca, una sedicenne non particolarmente avvenente e per di più molto povera che vive nel villaggio di Manningtree, cerca di barcamenarsi, grazie a modesti lavoretti, e di contribuire a sfamare se stessa e la madre, donna sfiancata da un lungo periodo di fatica e rinunce. L’Inghilterra dell’epoca è martoriata dallo scoppio di una guerra civile che vede fronteggiarsi Re e Parlamento e che ha richiesto l’arruolamento di tutti gli uomini del regno. Spetta così alle donne, rimaste a casa e spesso senza mezzi o alla mercé dei pastori protestanti che si spostano di villaggio in villaggio, cercare di sopravvivere in ogni modo, magari anche accusando le più povere di essere streghe. Quando la strada di Rebecca incrocia quella dell’inquisitore Matthew Hopkins, il destino della giovane sembra segnato. Già, perché la figlia di Beldam Anna West – un tempo bella ma ora dannata e senza speranze, irruenta e iraconda e quindi, senza ombra di dubbio per Hopkins, dedita alla stregoneria – non può che seguire le orme della madre ed essere condannata a priori. Grazie a una ricerca storica che da ogni pagina del romanzo si intuisce essere stata approfondita e accuratissima, Blakemore racconta con uno stile diretto ma evocativo – è bene ricordare che l’autrice approda al romanzo dopo una ricca produzione poetica – il periodo di prigionia di Rebecca, della madre e delle altre donne accusate di essere streghe, rinchiuse in orribili prigioni e sottoposte a pesanti interrogatori e umilianti ispezioni corporali. L’autrice è abilissima nel ricreare la stessa atmosfera di cui deve aver letto attraverso le udienze delle streghe di Manningtree, pubblicate per la prima volta già nel 1645. Blakemore ha dato vita a una storia dura e avvincente allo stesso tempo; una vicenda che porta il lettore nel passato ma lo invita a riflettere anche sul periodo contemporaneo, in cui il rischio di essere additate come moderne “streghe”, per certi comportamenti non conformi a quelli della maggioranza, è alto e le conseguenze di certe accuse – l’isolamento e l’umiliazione per citarne solo alcune – sono le stesse che devono aver vissuto Becky e le altre sulla loro pelle.

LEGGI L’INTERVISTA AD A.K. BLAKEMORE