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Le uova del drago

Le uova del drago

Nuova York, 1943. Eughenia Lenbach lavora presso l’archivio della Albert Reilly & Co., in un ufficio assicurativo marittimo al piano rialzato di un palazzo che affaccia direttamente sul molo. Svolge il suo lavoro con solerzia e completa dedizione tanto che ogni mese riesce a meritarsi un extra in busta paga. Poco importa se dalle finestre sale un insopportabile odore di mare marcio, e se la giornata si ripete monotona fra il recupero crediti e le polizze in scadenza. Poco importa se tutti la vedono come la “ragazzina con il collettone dalle punte mosce, quella che conoscono tutti e che tutti riconoscono nel vederla scendere dal tram, alla fermata dove ancora galleggiano i vapori dell’alba, e arrivare ogni mattina, appena dopo le sette, tra gli edifici del molo 4”. Nella zona tutti la conoscono con il nome di Alice Rendell, una giovane giunta negli Stati Uniti per sfuggire da un padre scapestrato ed una madre “fuori di zucca” ed ospitata da una misericordiosa zia che per fortuna l’ha voluta con sé. In realtà Eughenia è il più temuto tra i soldati tedeschi, in contatto diretto con il Führer dal quale ha avuto in dono le “uova del Drago”: focolai di protesta, “uomini, mezzi e forze di mobilitazione... da preservare e occultare per preparare alla sopravvivenza e al riscatto della Missione le nuove generazioni, nel caso in cui la guerra in corso non avesse visto la vittoria del Reich”...

Sono anni difficili quelli tra il 1943 e il 1947, anche in Sicilia. I mozziconi di sigaretta valgono quanto l’oro a trovarli a terra, il caffè si fa con le carrube e lo zucchero è praticamente introvabile. Ed è proprio in questa Sicilia che Eughenia – bavarese dai capelli ramati ed il fisico esile – giunge con la missione di organizzare i focolai di rivolta. Il tutto con il placet della Santa Romana Chiesa e con l’aiuto di un manipolo di dieci musulmani. Una rilettura coraggiosa della Storia, quella operata da Pietrangelo Buttafuoco in questo che è stato il suo esordio letterario nel 2005; l’intento è quello di immedesimarsi nelle ragioni degli sconfitti, ma all’epoca della prima pubblicazione Le uova del drago scatenò una vera e propria battaglia ideologica combattuta a suon di editoriali e di interviste. Quello che infastidisce è, a nostro avviso, non tanto l’inverosimilità di questa eroina minuta, capace di imprese ai limiti dell’umano e di mettere a ferro e a fuoco le retrovie siciliane; e nemmeno lo stile volutamente artificioso, lento e che in più parti costringe ad una rilettura; ciò che è davvero distrubante è il modo in cui Buttafuoco ha allestito il suo teatro dei pupi e scritto le sue sceneggiature, giustificando con orgoglio le tesi di chi preferì “l’avventurismo mussoliniano, con la sua vigorosa azione antimafia, all’imperio dell’oro demo-pluto-giudaico sostenuto dalla lunga mano di Lucky Luciano”. Ciò che davvero infastidisce è il ribaltamento totale dei ruoli e delle situazioni per cui le truppe alleate appaiano qui invasori e criminali (gli aggettivi e gli epiteti sono scelti con accuratezza proprio a tal fine) mentre i nazisti ‒ addirittura benvoluti dal popolo ‒ ne escono come vittime di forze più grandi e dunque eroi sconfitti in quella che Buttafuoco definisce oscenamente “la politica (nazista, ndr) di riequilibrio del mondo”. Insomma, in tre parole e citando Andrea Cortellessa: nazisti brava gente.