Salta al contenuto principale

Le vite della pioggia

Traduzione di
Genere
Editore
Articolo di

“Forse non siamo fatti per capire tutto/ quindi cerchiamo di capire/ da dove veniamo, dove andiamo/ che aspetto abbiamo”, come se un acido avesse corroso il viso, cioè l’ identità personale fisica e l’appartenenza, come identità personale di luogo. La diaspora palestinese ha disseminato uomini e donne lontani dalla loro patria perché “sono venuti a dirmi che/ io non capisco il posto che ho ereditato/ quindi mi aiuteranno ad andar via”; andare via in senso metaforico e definitivo, attraverso l’epurazione etnica che il governo israeliano conduce da anni con i bombardamenti sistematici delle zone “riservate” ai palestinesi (“i cadaveri seguono i cecchini nel sonno, ricordano loro/ che oggi hanno ucciso un bambino piccolissimo”) o, per i più fortunati, andare via, scappare, rifugiarsi all’estero, costretti ad un esilio forzato, in paesi lontani per chilometri e cultura (“così lontano dal Mar Mediterraneo/ dal caldo del deserto. Ora si ritrovano in mezzo/ tra Abdel Halim Hafez e Luis Miguel/ le djellaba e i sombrero, persi nel fumo/ dei narghilé”), trattenendo nella memoria i ricordi ma anche la propria lingua, imparando a parlarne una nuova, lingua di un luogo che si cerca di fare proprio, per darsi almeno la parvenza di appartenere ad un luogo, di avere una terra da chiamare “mia”, anche se adottiva. Chi si trova in mezzo ad una guerra assomiglia a qualcun altro che si trova in mezzo ad una guerra, in un altrove parallelo, a Ramallah come nella ex-Jugoslavia (…”i lamenti appesi agli alberi del villaggio, cerca di/ dimenticare/ gli stupri i campi profughi le gole tagliate di Srebrenica”)…

Quando mai si è sentito parlare di diaspora palestinese? Dobbiamo a Nathalie Handal, scrittrice e poetessa franco-americana di famiglia palestinese originaria di Betlemme, la possibilità di porre la dovuta attenzione. Il 1948 è generalmente indicato come l’anno della nascita dello Stato d’Israele; in realtà gli stati che sarebbero dovuti nascere erano due, uno stato arabo a maggioranza araba e uno ebraico a maggioranza ebraica, in ognuno dei quali però era prevista una rappresentanza degli appartenenti all’altra etnia/religione. Il conflitto arabo-israeliano nasce in questo momento, perché la Lega Araba non accettò la disposizione delle Nazioni Unite, troppo favorevole al popolo ebraico in quanto a concessione di territorio, e scatenò una guerra di liberazione. La raccolta di poesie di Handal è stata pubblicata nel 2005, anno della conclusione della Seconda Intifada, e del ritiro dei contingenti e dei coloni israeliani dai territori occupati, mai avvenuto fino ad ora in maniera consistente. È necessario tenerlo ben presente perché tutte le poesie della prima sezione sono dedicate alle conseguenze delle azioni del governo e dell’esercito israeliani sulla popolazione palestinese. Ma sembrano scritte oggi, sembrano scritte nell’estate del 2014, l’anno della strage degli innocenti nell’ecatombe di Gaza, sembrano scritte adesso, di notte, mentre Gaza è illuminata a giorno dalle bombe. Questa è la tragedia che si legge nei versi di Handal: una storia infinita di atrocità, una sottrazione indebita di territorio e di abitazioni che costringe i “fortunati” rimasti vivi a lasciare la propria terra. E quindi il viaggio, l’esilio, le nuove lingue da parlare, le nuove città da sentire disperatamente come casa, almeno provarci, almeno. La seconda sezione espone il tema della violenza, che Handal generalizza ed estende a tante parti del mondo e non sembri quindi strano che da Ramallah, Jenin, Nablas, Gaza, si passi a Srebrenica, alla ex-Jugoslavia, altra terra dove l’Uomo ha mostrato la parte più oscura di sé (non sembra che non esista un fondo oltre cui non poter andare?): gli stupri, i campi di concentramento (non trovo termine più appropriato), l’epurazione etnica. La terza e ultima sezione è il canto dell’errante, di chi non può sovrapporre alla patria del cuore la nazione in cui si trova a vivere. Handal ci fornisce qui l’esperienza vissuta personalmente, nei suoi vari spostamenti: da Haiti al Messico, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. L’indugiare sui luoghi, il suo stile che non si rimette alla facile lacrima, al lirismo funereo e ruffiano, la verità non particolarmente celata da metafore, la denuncia, fanno di Nathalie Handal una voce potente, che merita un posto di primo piano nella poesia mondiale.