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Legend – A gathering of shadows

Legend – A gathering of shadows

Avere una barca tutta per sé è sempre stato il sogno di Dalilah Bard. Non stiamo parlando di un piccolo scafo per navigare le tranquille acque dell’Isle River, che attraversa Londra Rossa. Lila è una ladra viaggiatrice dall’animo piratesco, e quello che vuole è una barca. Ma se questo è il suo sogno, cosa ci fa su una bagnarola in mezzo al mare, con indosso un vestito verde pallido, i piedi immersi nell’acqua che continua a salire di minuto in minuto? Le resta poco tempo, afferra uno dei razzi di segnalazione e lo spara in aria. Una luce forte, improvvisa e accecante di colore giallo: nave che sta affondando. Nessuno in vista. Un secondo razzo, questa volta bianco per i problemi generici. Ancora niente all’orizzonte. Serve qualcosa di più vistoso. Lila esplode un ultimo colpo e sopra di sé si sparge un’inquietante luce cremisi, come una pozza di sangue, il segnale per avvisare della presenza di pirati. Poco prima che l’ultimo bagliore rossastro si spenga, in mezzo a un viticcio di foschia sospeso sulla superficie dell’acqua, appare lo scafo nero e lucido della “Is Ranes Gast”, la Ladro di Rame. E finalmente l’indifesa e spaventata fanciulla abbandonata in mezzo al nulla può essere salvata e issata a bordo insieme ad un barilotto di ottima birra, sulle labbra una cantilena appena sussurrata “Come sai quando arriva il Sarows? (È qui, è qui, è qui a bordo?)”… A Londra Rossa, Kell ha ben altre parole in testa, quelle pronunciate dalla voce ferma di maestro Tieren. Deve calmarsi, deve riuscire a domare il lato intricato e selvaggio della magia contrastandolo con semplicità e pace d’animo. Chiuso nel suo cerchio della concentrazione, nella Vasca, a tornargli in mente sono le accuse di Holland: “Sai cosa ti rende debole? Non hai mai dovuto essere forte.” Quelle e altre ombre incupiscono il suo animo. Un comando nel vecchio linguaggio Antari, As Osoro, per vederle materializzate in spettri e poterle trapassare con punte metalliche. Sono morti tutti? Kell non ne è sicuro e nemmeno la voce scherzosa di Rhy, sopraggiunto per coinvolgerlo in un’ennesima bravata, riesce a distrarlo dai dubbi che lo tormentano. Fratelli non per nascita ma legati comunque da un vincolo di sangue, quello usato da Kell per marchiare il cuore del principe con un pezzo di magia proibita. La magia in grado di annullare la morte. Di vincolare il dolore, il piacere, le loro vite…

Il secondo volume della saga Shade of Magic conferma l’abilità stilistica di Victoria Schwab, mostrandoci una narrazione più lenta e riflessiva, scandita dalla medesima struttura divisa in sezioni e in brevi capitoli già incontrata in Magic. L’autrice torna ad affascinare soprattutto con la sua attenta caratterizzazione dei personaggi, elemento che arriva a catturare quasi totalmente la scena, a discapito dell’azione e della dinamicità a cui i due giovani Antari, Kell e Delilah, ci avevano abituati. La Schwab sceglie la carta dell’introspezione e ci porta a indagare tra le pieghe dell’animo tormentato di Kell, nella speculare irrequietezza di Rhy, nella perpetua fuga da tutto e da tutti che Lila continua a professare come suo stile di vita. L’introduzione di un nuovo e carismatico personaggio, Alucard Emery, aiuta sicuramente a vivacizzare una trama che altrimenti risentirebbe delle emozioni ristagnanti e dell’incertezza dei vecchi protagonisti fino quantomeno a metà romanzo. L’apertura del torneo chiamato Aven Essen, i Giochi degli Elementi, immancabile appuntamento per un fantasy, diviene un ottimo pretesto letterario per ricongiungere Lila e lo schivo Kell ma manca totalmente di mordente: molto lontano da un survival game alla Hunger Games e ben diverso da una sentita competizione tra casate di maghi, come in Harry Potter. Una manifestazione prettamente politica, come ci tiene a sottolineare il re Maxim: “Non dimenticare mai, Rhy, che stai guardando un gioco. Uno con tre giocatori forti, ma uguali”, “Cosa accadrebbe se Vesk o Faro giocassero per vincere?”, “Allora lo sapremmo”, “Sapremmo cosa?”, “Che la guerra è vicina”. Dobbiamo aspettare la seconda parte per trovare nuovamente un ritmo incalzante e qualche sorpresa. Come preannuncia una citazione del vecchio Tieren a inizio libro, “Magia e mago devono essere in equilibrio”, Legend vuole scoprire se questo bilanciamento esista e se sia veramente possibile attingere al vero potere che l’equilibrio può concedere. Tra i vari regni, tra le varie Londra, ma soprattutto nei suoi protagonisti. Una scelta forse rischiosa quella dell’autrice. Una presa di posizione metaforica che si rispecchia nella pacatezza delle azioni, tentennanti e in bilico, per non cadere né di qua né di là. Ma, a quanto pare, lo stallo non è fatto per durare e, con un lascito arrivato dei vecchi fantasy della tradizione, per animare e risvegliare animi indecisi serve qualcuno da combattere, il cattivo vero, quello privo di tonalità di grigio a smorzare, “Un pezzo di magia che si considera un dio” pronto a distruggere e sottomettere. Legend si chiude preannunciando la discesa finale, nell’oscurità del terzo capitolo conclusivo, Dark.