Salta al contenuto principale

Lei non sa chi sono io

leinonsachisonoio

Il culto dello pseudonimo non è mai stato tanto popolare come ai giorni nostri. Si tratta di una pratica che, se da un lato tende a proteggere e a nascondere, dall’altro esalta chi se ne serve. Basti pensare al successo di Sophia Loren (Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone) e dell’agente 007 (James Bond). Per quanto riguarda nello specifico la scrittura, l’utilizzo dello pseudonimo è stato quasi un obbligo per secoli nel caso di chi con la propria opera correva dei rischi o degli autori umoristici che, in questo caso, non si servivano del nickname per proteggersi, in quanto già parecchio noti al pubblico. Si pensi per esempio a Mark Twain: il suo vero nome è Samuel Langhorne Clemens e lo pseudonimo scelto deriva dal segnale che i battellieri del Mississippi si scambiano (“Mark two”, cioè “Segna due”, inteso per braccia, unità di misura che corrisponde a circa due metri) quando si accingono a verificare la profondità dei fondali. Oppure si pensi a Carlo Collodi (Lorenzini) che deve il suo nome al paese in cui è nata la madre; o ancora a Vamba, il fiorentino Luigi Bertelli cui si deve il celebre Giornalino di Gian Burrasca, il cui pseudonimo corrisponde al nome del buffone di Cedric il Sassone, personaggio di Ivanhoe di sir Walter Scott. Poi c’è chi non può firmare i romanzi con il proprio vero nome per ragioni contingenti: Quando David John Moore Cornwell esordisce, nel 1961, fa parte del servizio segreto britannico e non può assolutamente palesarsi. Ecco quindi che è costretto a ricorrere a uno pseudonimo e da quel momento diventa John Le Carré. Oggi poi, grazie soprattutto ai social, lo pseudonimo non è più appannaggio di alcune categorie sociali, ma diventa di tutti e per tutti. Nessuno si sorprende, quindi, se su Twitter, per esempio, dietro un nickname qualsiasi, si nasconde la moglie o la sorella di una celebrità o se ancora l’attivista politico che tuona su Instagram altri non è che un innocuo signore che vive nelle campagne intorno a Londra, in una casetta di mattoni con tanto di nani in giardino. La caccia allo smascheramento è sempre aperta: si pensi per esempio al caso Elena Ferrante. Da sempre ci si chiede chi si celi veramente dietro questo nome…

Il sottotitolo del saggio di Mario Baudino – scrittore torinese – è una vera e propria dichiarazione d’intenti: “Un’avventurosa ricognizione di cause e conseguenze umane e letterario del celarsi sotto uno pseudonimo.” Intento assolutamente raggiunto e soddisfatto. Il testo di Baudino è, infatti, un’indagine accuratissima sulle motivazioni che hanno, nel tempo, spinto autori noti o meno a celarsi dietro un nickname. C’è chi è stato costretto a ricorrervi per proteggersi, chi si è servito dello pseudonimo per scaramanzia e chi per questioni legate al marketing o al più vile dei motivi: il denaro. Molti sono i nomi che l’autore piemontese cita: Pablo Neruda, Umberto Saba, Alberto Moravia, Carlo Collodi, Romain Gary. Partendo da uno studio sul caso Elena Ferrante – da sempre le ricerche su chi si celi dietro questo nome hanno portato a mille ipotesi, di cui nessuna confermata – Baudino si è incuriosito ed è andato a scovare precedenti degni d’attenzione. Ha così scoperto che ce ne sono moltissimi e ciascuno apre scenari estremamente interessanti. Uno su tutti è il fatto che l’autore, scrivendo utilizzando uno pseudonimo, diventa un altro rispetto alla persona che porta il proprio nome anagrafico. E anche al lettore accade la stessa cosa. Entrambi finiscono per uscire da sé stessi e si fanno altro. C’è da aggiungere, poi, che l’epoca attuale permette a ciascuno di noi di sostituire la propria identità con un’altra, ricorrendo a un nickname da utilizzare sui social. In questo modo l’identità di ciascuno finisce per frammentarsi e, a volte, sfilacciare i propri contorni. Molte sono le storie ricostruite da Baudino in questo saggio davvero interessante, ricco di aneddoti e di racconti piuttosto curiosi, a partire da quello con cui il libro inizia e che riguarda Romain Gary, vincitore di un premio Goncourt con un romanzo dato alle stampe utilizzando, appunto, uno pseudonimo. Un mondo affascinante, quello che si serve dei nickname, che incuriosisce proprio perché ammantato di mistero. Perché, come ha scritto la stessa Elena Ferrante “…da piccola aspettavo i doni della Befana, andavo a letto agitatissima e la mattina mi svegliavo e i doni c’erano, ma la Befana nessuno l’aveva vista … Mi è rimasta questa voglia infantile di meraviglie piccole e grandi, ci credo ancora”.