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Leopard Rock

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Mentre il sole di mezzogiorno è alto nel cielo, Wilbur e la moglie cercano l’ombra. Lui tenta di stare il più possibile immobile, con la schiena appoggiata a un albero, per cercare di risparmiare energie. L’erba è secca e la natura selvaggia appare in tutta la sua bellezza. Wilbur si volta verso la moglie e lei lo guarda con un sorriso. A volte lui ha l’impressione che la donna provi una sorta di pietà per la sua perenne inquietudine, il suo continuo peregrinare alla ricerca di qualcosa che neppure lui stesso riesce a definire. Solo una settimana prima i due si trovavano in un capanno di caccia fatto d’erba e scrutavano attraverso la feritoia il cunicolo scavato dai portatori d’arma nel sottobosco, per evitare eventuali deviazioni dei proiettili. La caccia è sempre stata una grande passione per Wilbur. Suo padre Herbert - uomo dallo spirito libero e ribelle, temerario e sicuro di sé anche davanti al pericolo, vero idolo per il ragazzo, che lo ha sempre considerato il suo eroe - gli ha regalato il primo fucile, un 22 Remington, quando aveva solo otto anni. Poco dopo ha ucciso il suo primo animale e il padre gliene ha spalmato il sangue sul viso, come un vero e proprio rito di iniziazione. Dopo quell’episodio Wilbur ricorda di non aver fatto il bagno per giorni, per continuare ad avere su di sé l’odore del sangue, simbolo del suo essere diventato uomo. Anche il nonno di Wilbur, Courtney James Smith - capo carovana durante la corsa all’oro nel Witwatersrand verso la fine dell’Ottocento e, prima ancora, comandante di una squadra di fucilieri - ha sempre avuto la caccia nel sangue. Tipo tosto, con le idee piuttosto chiare e appassionato di aneddoti autocelebrativi, Courtney ha spesso allietato le serate del nipote narrandogli le grandi cacce all’elefante, che in genere inseguiva a piedi fino a sfinirlo, perché, ovviamente, all’inizio del Novecento non c’era traccia dei veicoli a quattro ruote motrici…

L’autobiografia di uno scrittore, noto in tutto il mondo, che racconta di sogni divenuti realtà e che si fa essa stessa avventura, interessante quanto, o forse più, di tutti i libri scritti. Il testamento letterario di un autore che ha alle spalle oltre cinquant’anni di produzione, un artigiano della narrativa che ha venduto oltre centotrenta milioni di copie ed è stato tradotto in ventisei lingue. Un memoir che ha, nel contenuto e nella struttura, la veste di un vero e proprio romanzo, salvo soffermarsi, qua e là, per qualche riflessione sull’uomo oltre che sull’artista. Wilbur Smith non ha bisogno di troppe presentazioni. Classe 1933 e nato in Africa Centrale, ha conosciuto il successo grazie al romanzo Il destino del leone e, da allora, non ha più smesso di pubblicare storie, tra cui le serie dedicate a Ballantyne, ai Courtney, oltre al ciclo ambientato nell’Antico Egitto e ad altri numerosi lavori. Trait d’union di tutte le sue opere è il meticoloso lavoro di ricerca e di informazioni apprese ogni volta sul campo, attraverso i viaggi e le spedizioni che Smith ha intrapreso in tutto il mondo. Wilbur racconta, in rigoroso ordine cronologico, gli avventurosi episodi della sua vita, nella quale ha sempre cercato di conciliare le sue idee ispiratrici di nuove storie alla conoscenza approfondita e diretta degli scenari in cui intendeva svilupparle. Ecco, quindi, che l’infanzia nella Rhodesia del Nord- oggi Zambia- selvaggia e aspra diventa scenario di parecchi romanzi, così come l’amore della madre per le vicende di faraoni e regni antichi, si fa ispirazione per la saga ambientata, appunto, nell’antico Egitto. Ogni scenario di vita diventa una trama possibile, che si tramuta a sua volta in una storia di successo. Il racconto appassionato e intenso della riconoscenza di un uomo verso la vita e le sue avventure, la dichiarazione d’amore per la sua Africa, compagna di mille esperienze, e riferimenti brevi, ma teneri e rispettosi, nei confronti delle donne importanti della sua esistenza - quattro mogli di cui una, l’amatissima Danielle, che gli è rimasta accanto quasi trent’anni, mai nominata nella biografia, forse per stemperare il dolore della sua morte - fino alla giovanissima moglie Niso, cui il libro è dedicato. Una lettura imperdibile per chi, negli anni, si è appassionato alle sue storie.