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L’errore

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Flo McCarthy è la moglie insoddisfatta di Giuseppe – Pepe – Ruggieri. Fa la classica vita da signora benestante, è di origini irlandesi, scrive qualche pezzo per un magazine online destinato a quella platea anglofona innamorata del Bel Paese e per il resto palestra, la cura della casa, un po’ di shopping e la lettura. La vita in una città medio piccola come Ancona le sta un po’ stretta, non si sente capita dal marito, gli rinfaccia in qualche modo il fatto che per il suo lavoro (presta assistenza legale in una struttura per donne maltrattate) la trascura. Sta anche frequentando un terapeuta ma non trova quello che cerca. Almeno non fino a quel 30 gennaio. L’ultimo giorno di quella vita, accuratamente preparato per non far intuire nulla a nessuno, ogni cosa studiata nei minimi dettagli. Pepe - ormai abituato agli alti e bassi che caratterizzano la relazione - in realtà quella mattina ha la netta sensazione che sia in arrivo una delle loro crisi, ma è convinto che come ogni volta, dopo una tempesta che sconquasserà per qualche giorno la navigazione, le onde si placheranno e il loro matrimonio riprenderà la sua tranquilla modalità crociera. Ha la conferma che qualcosa non va quando trova un biglietto in cui Flo, che sta ancora dormendo, gli ha lasciato scritto di occuparsi della loro gattina, e più tardi una telefonata in cui lei è scostante e ancora dopo un pranzo decisamente poco gradevole quando, dopo averla riaccompagnata a casa, Flo - improvvisamente acquietata - gli chiede “Come stai?” e lo saluta con un semplice ciao e una carezza, un ciao che sembra un addio…

Un romanzo che ti immerge fino al collo in un dramma che è personale, di coppia e sociale al tempo stesso, con la netta sensazione che non ci siano colpevoli né innocenti e che in qualunque momento senza rendercene conto, a causa di reiterazioni trascinate inconsapevolmente per una vita o di uno sbaglio infinitesimale, di una sottovalutazione, tutti potremmo diventare vittime o carnefici. Nello specifico, l’errore che risulta essere fatale non è immediatamente identificabile in quanto tale e non è attribuibile a uno dei protagonisti, o meglio, una volta intravisto, è equamente distribuito, una somma di azioni e reazioni non razionali ma sull’onda dell’emozione. Esattamente come nella vita, prendere una posizione netta diventa impossibile salvo che nella pietas che si prova per chi ha commesso quell’errore senza nemmeno essere cosciente di averlo fatto, perché ogni atto, azione pensiero o omissione, nel momento in cui viene messo in essere diventerà un errore o no in base al momento e al contesto. Il romanzo è dedicato a quelli che Silvis chiama gli Angeli Violati, a buona ragione: ma oltre ad essere un gran bel romanzo, diventa occasione per un coacervo di domande poco politicamente corrette (inevitabilmente quando ci si pone in una posizione di neutralità), una valanga di riflessioni e contro riflessioni, senza che nulla sia tolto alla serietà e profondità del tema di fondo. Il che è esattamente quello che si chiede a un romanzo che non sia uno di quelli “svuota cervello”. Silvis, ex poliziotto con una carriera che lo ha portato a diventare questore, non ha uno stile unico e immediatamente riconoscibile (nello specifico è un complimento) ma passa da un linguaggio duro e veloce - La pioggia - a una scrittura dolente che non cade mai nel lamentoso in Storia di una figlia e non fa sconti, a nessuno. Non addolcisce la pillola, per quanto sia amara da inghiottire. In questo libro arriva ad essere quasi tenero, salvo qualche necessaria eccezione, perché tenero e comprensivo è lo sguardo sul dramma che i protagonisti hanno involontariamente creato, estendendolo a una situazione purtroppo attualissima.