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L’estate del mondo

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Un orizzonte infinito nel mare che si fa cielo e nel cielo che si fa mare (“Tu non chiamare nuvole la schiuma / indispettita del mare vicino; / faresti torto a ogni spiaggia del Cielo”), dove è possibile uno scambio tra “abitanti” (“…le ossa del mare sottili o le lische degli angeli”). Un itinerario fattivo e simbolico dalle zone di Roma, dai suoi quartieri alle piccole città affacciate sul mare, un viaggio a due, a puntate, con la Luna che non è semplice sfondo, non è la luna romantica (“Strana la svolta di una sera estiva, / il primo bacio dietro la tua casa / e la Luna che non sorgeva mai”); viaggio in estate, la stagione che porta luce e voglia/necessità di stare all’aperto, di bagnarsi nell’acqua del mare, di affondare i piedi nella sabbia. Luce, quindi, ma anche ombra, suo necessario e indissolubile controcanto (”ombra sconosciuta / dietro le cose amate”), una pausa dalla luce intensissima, che ha anche il nome di dolore, esplicitato (“In acqua realizzammo con il sale / una per una tutte le ferite…molte invisibili) o metaforizzato (“centinaia / di pesci agonizzavano spiaggiati; / diversi già in putrefazione”). Un percorso, una salita che ha come sua logica inevitabile la discesa, la fine, il ricordo di ciò che è stato vissuto, sperimentato, sofferto...

L’estate, il viaggio e “il rumore del mondo”; le spiagge, il mare, una partita di rugby, un’autoradio accesa; lui, lei, la Luna; il tempo, i tempi co-presenti e sovrapposti, il ricordo; il sogno, il dolore, l’ombra. L’ultima raccolta di Gabriele Galloni, morto nel settembre del 2020 a soli 25 anni, si sviluppa su questi nodi cardine e segue un itinerario preciso verso le coste del Lazio, itinerario che è anche e soprattutto un viaggio nella vita, il viaggio della vita; se si tiene presente che il primo sussurro di vita è stato emesso nell’acqua, si coglie perfettamente il senso che lega una poesia all’altra. Il libro è strutturato in sezioni il cui titolo introduce subito il lettore a quale parte del viaggio si troverà di fronte. Perché l’estate? È lo stesso Gabriele a spiegarlo in un’intervista all’amica Ilaria Palomba per la rivista Pangea nel 2019 e a definire la sua “ossessione per l’estate. L’estate delle piccole cittadine costiere del Lazio – Torvaianica, San Lorenzo, Nettuno, Santa Marinella e via dicendo. Le notti estive, il lungomare; sic transit gloria”. Questa ossessione è parimenti intensa quanto quella per il regno dei morti, a cui Gabriele ha dedicato la particolare e suggestiva raccolta In che luce cadranno. Probabilmente se dicessi che questa è una bella raccolta Gabriele tirerebbe fuori tutta la sua grinta e la sua presunzione (non sempre adorabile) per rigettare l’aggettivo! E avrebbe ragione, perché queste poesie hanno molto più da regalarci che la loro semplice pur se evidente bellezza. Strutturalmente sono quasi tutti endecasillabi, ricchi di deittici: questo/a, quello/a, adesso, per dirne alcuni, per sottolineare la precisione temporale, dimostrativa con cui ci si deve applicare nella lettura; linguaggio semplice, nel senso sublime del termine e cioè parole comuni ma accostate con grande sapienza; la costante e quasi corporea presenza della Luna, che sembra figlia anche del mare oltre che del cielo, perché cielo e mare appaiono intercambiabili per Galloni. Non è la luna dei romantici, non ci sono sonate, non ci sono chiari di luna, è una luna che vaga, che cambia non le proprie fasi ma la propria “personalità”. Dicevo della contemporaneità di più tempi ed ecco un esempio per tutti: “Siamo in spiaggia; è l’estate che precede / la nostra nascita / …Tu indossi un abito che è identico / a quello che amerai una volta viva”. Se amate T.S. Eliot avrete piacere a ritrovare, leggendo questa notevolissima silloge, un altro riferimento alla poesia che apre i Quattro quartetti, Burnt Norton. Non ho la certezza della effettiva intertestualità, ma la poesia fa di queste magie. Peccato, davvero peccato, che il mago Galloni non sia più tra noi. Ciao, Gabriele.