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L’età della rovina

etarovina

Il luogo dell’incontro è un albergo caratterizzato da un’eleganza stucchevole. La struttura è stata ricavata in un edificio basso di forma lunga e stretta. Quando l’aspirante arriva alla reception l’impiegato lo sorprende con una considerazione ruvida e inusuale. “Vent’anni fa qui era tutto un pisciatoio”, dice l’uomo, calvo e con un sorriso forzato, senza riuscire a nascondere un velato disprezzo. A queste parole, l’aspirante non risponde perché non ha alcuna voglia di approfondire le ragioni di una simile volgare affermazione. Il ministro - chiamato così non perché lo sia veramente ma perché personaggio noto del ministero - che ivi ha vissuto tutta la sua vita e dunque beneficia del rispetto concesso a chi occupa i massimi livelli, non è ancora sceso quando l’aspirante giunge all’albergo. Così l’aspirante lo attende all’ingresso senza timore, crogiolandosi nella certezza che si tratterà di un incontro celere e proficuo. I due si avviano nella sala delle colazioni lungo una bellissima terrazza con un affaccio strepitoso sulla città. Ed è mentre il ministro sta per tagliare la prima fetta di salame che l’aspirante dice ciò che può davvero segnare l’inizio o la fine di una qualunque relazione umana: “Volevo raccontarle della mia vita”…

L’età della rovina di Francesco Tronci è un romanzo estremamente attuale che sa mettere in scena l’età che stiamo vivendo, quella dell’estremo relativismo e della polarizzazione delle opinioni in un vortice di idee che affermano tutto e il suo contrario. Racconta una società divisa sì tra due fazioni, ma vittima di una liquidità di idee e rappresentazioni che confonde e lascia attoniti. La società dipinta non è infatti molto lontana da quella attuale, caratterizzata da un susseguirsi forsennato di promesse mai mantenute, di inganni in danno dei cittadini, di occultamento della realtà a fini propagandistici ed elettorali. Non a caso l’autore parla di un Partito del Progresso e di un Partito della Sicurezza che si contendono il campo senza riuscire veramente a dare una svolta concreta al panorama nel quale gravitano. Nella storia di Tronci le diverse fazioni portano avanti la propria idea senza però riuscire mai a definirla realmente, proprio come nella realtà dove ciò che finisce per assumere davvero rilievo il consenso di per sé quale entità astratta e a sé stante, e non il contenuto, la visione del mondo sottesa. Il lettore riesce a immedesimarsi nel cittadino che vive le vicende narrate e si rende conto di non riuscire ad avere ben chiaro quale partito sostenga un’idea e quale l’altra; di non sapere dire con precisione a quali valori si ispiri un orientamento piuttosto che l’altro. In un vortice di contraddizioni, ripensamenti, relativizzazioni, la politica appare attuale e contemporanea: un caos ingovernabile, o meglio governato dall’opportunismo e dall’interesse personale. Il romanzo è fitto e denso di eventi, avvenimenti, personaggi, riflessioni, considerazioni. È un vero e proprio condensato di pensieri e analisi che vanno ben al di là della storia narrata e che, talvolta, tende a sovrastare schiacciando il flusso narrativo, come il linguaggio, certamente sapiente e ben intessuto ma sovente eccessivamente articolato. Il ritmo narrativo ne emerge lento e appesantito dallo sfoggio di tanta, anche se meritevole, sapienza. I personaggi sono ben costruiti, precisi, credibili, adatti al contesto nel quale vengono calati: una società in rovina con poche speranze di rinascita. In definitiva, L’età della rovina è un ottimo ma imperfetto esordio narrativo, che lascia ben sperare per future opere.