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Lettera di dimissioni

Lettera di dimissioni

Clelia cresce a Pompei, scampolo di una famiglia comune e normale. Così anche la nostra, appuntata dai lutti e dalla fiacchezza, dal lavoro e dalle relazioni sempre in bilico tra rispetto e necessità. Da questa ruba alcuni ricordi d’infanzia, nascosti nelle foto e nei racconti dei parenti: la stretta solidale con il fratello Alessandro, l’epopea artistica e sentimentale dello zio Raffaele, le vacanze al mare e i primi rigurgiti civili. Atti formativi che la accompagneranno per tutta la vita. Prima quella bellissima condivisa con l’amato Gianni, in un appartamento minuscolo e forte di un’idea potente, quella comunista. Poi da adulta, il successo come drammaturga e la breccia nell’alta società, snob e rappezzata con il cerone. Appena quarantenne, Clelia percepisce la propria sconfitta come artista e come donna, datrice di nessun lavoro e madre di nessun figlio. Assisterà infine al crollo vero di un pezzo di storia, davanti a lei gli occhi di un padre mortificato e stanco dello scorrere incontrovertibile del tempo…

Come commerciare un prodotto in poco meno di duecento pagine. E già sono tante a leggersi. Mi immagino quanto sia stato snervante scriverle. Valeria deve aver avuto un ottimo trancio di storia, ben congeniato e ispirato. Scritto divinamente, ti scava un tunnel nel cervello e si riposa comodo in mezzo ai ricordi di poche altre pagine scritte da chissà chi. Due personaggi – più un terzo incomodo – ben stampati sullo scenario del nulla. Si intravedono Pompei, Napoli, Milano e il nord Europa, ma sono scenografie da quattro soldi. Valgono davvero poco confrontate al racconto di Clelia e Gianni. Vivono di un amore intenso e semplice, percorso da una fissazione desueta e perdente, quella politica, e che per anni non guarda in faccia nessuno. Anni stupendi, quelli della loro giovinezza, un poco trasognati, e che sfoceranno in cocenti delusioni, personali prima ancora che di coppia. Nel frattempo si avverte quanto sia veloce la penna e il tratto dell’autrice, che per circa quaranta pagine, il cuore di questo minuscolo romanzo, rimane infervorata da una dote degna del prezzo di copertina. Il contorno purtroppo è da dividersi tra l’insipido e il niente assoluto. Ciò che sta rodendo tanta capacità è governato da una logica di vendita, di lancio editoriale e di costrizione di genere. Opprime in un tempo medio un talento immerso nella brevità del racconto. Un tipo di lettura poco amato, dagli editori innanzitutto, che però tanta scena ha avuto in altri decenni. È una vera sfida, quella della concisione, e richiede autorità e indipendenza. Parole stonate per buona parte dei cosiddetti giovani autori italiani. Ma è altresì vero, la Parrella ancora non ha raggiunto una piena maturità letteraria – cosa buona e giusta – e verrà il momento del romanzo anche per coloro che commettono passi falsi. Intelligente e verace, avrà invece il coraggio di sfoderare dal cassetto una raccolta importante, manchevole in Italia da diverso periodo, corposa e senza tempo, in cui in ogni parola è racchiuso un valore e non in ogni contratto una pellicola cinematografica.

LEGGI L’INTERVISTA A VALERIA PARRELLA