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Lettere

Lettere

La più completa (ad oggi) edizione dell’epistolario sveviano, con l’integrazione di quattro lettere sin qua inedite, destinate a James Joyce, a cura di Simone Ticciati: quarantaquattro anni di scritti, tra 1885 e 1928, dodici giorni prima della morte dell’artista. Naturalmente, questa non è un’opera, in senso stretto: è una congerie di scritti inevitabilmente eterogenei da qualunque punto di vista. Nelle parole di Federico Bertoni, prefatore di questo volume, “sono testi dallo statuto effimero ed estemporaneo, non destinati alla pubblicazione, spesso sovraccarichi di notizie minute o indicazioni pratiche, una fonte preziosa ma lacunosa e discontinua”; come se non bastasse, oltre all’imponderabile materiale andato perduto, si registrano periodi di maggiore intensità, soprattutto quando l’artista è in viaggio per questioni di lavoro, alternati a periodi di blandissima attività epistolare (per intenderci: sono solamente dieci le lettere superstiti del periodo 1915-1921). Svevo scrive per lo più alla moglie, l’adorata Livia Veneziani, perciò è bene mettere le mani avanti: Bertoni correttamente osserva che “il libro non possa che deludere chi vada in cerca di riscontri sull’opera e sulla poetica sveviane, come solitamente avviene con le lettere degli scrittori”. Aggiungerei che quel poco che appare, per quanto prezioso e intelligente, è stato già ampiamente antologizzato e interiorizzato nel corso di 4 o 5 generazioni. Scarse, poi, le indicazioni sulle letture e rare e ondivaghe le meditazioni estetiche, scarsissimi i riferimenti diretti alla stesura dei varii romanzi e schizzi. Per dirla con le parole di Mario Sechi, in queste lettere Svevo “dà vita a un originalissimo patchwork di tipo aziendale-famigliare, mescolando resoconti tecnico- amministrativi [...], note di viaggio, referti sanitari, pezzi umoristici e quasi canovacci di racconto o di commedia”. L’edizione dell’epistolario è stata realizzata, spiega il curatore, Simone Ticciati, “per lo più su testimoni autografi, manoscritti e dattiloscritti, conservati presso fondi archivistici in Italia e all’estero, con il concorso delle edizioni a stampa, sia in volume sia in rivista”. Mancano due recentissimi ritrovamenti, le lettere a Bino Binazzi datate 1926, scoperte da Beatrice Stasi; mancano “molte lettere nascoste in archivi pubblici e privati”; sono stati espunti diversi documenti, originariamente presenti nell’edizione curata dal bravo Bruno Maier nel 1966, perché sono stati considerati “altro dalle lettere” (si tratta di testi di servizio, deleghe, testamento, etc). Ticciati ha mantenuto il testo quanto più fedele possibile alle caratteristiche degli originali, “sanando le discrepanze e gli interventi correttivi e normalizzanti dell’edizione precedente”. Gli interventi si sono limitati in rari casi, per risolvere delle ambiguità o meglio “sanare scorsi di penna e lacune”, mantenendo ad esempio diversi anacoluti. Ci sono lettere scritte in francese, inglese e tedesco; il francese è la lingua delle lettere della Veneziani al marito. Non mancano robuste influenze del dialetto triestino. Tutte le traduzioni sono a cura di Ticciati...

Talentuoso e intelligentissimo borghese, ebreo triestino, di origini italo-austriache (con vaghe ascendenze magiare, chissà), Aron Hector Schmitz, poi italianizzato in Ettore Schmitz, prima di diventare Italo Svevo ha giocato, in letteratura e nella quotidianità, con tante altre maschere e tante altre personalità. E queste sue lettere, talvolta intrise di “katzenjammer morale”, per dirla proprio alla Svevo, cioè di un mix di abbattimento e di buona “piomba”, per dirla in triestino, cioè di postumi della sbronza, raccontano tendenzialmente quanto gli mancasse la sua baba Livia, Livia auch zubennant “capra”, Livia detta anche capra, e... che dire: “oh assai Strohwitter sono”, e quante volte si sente nell’aria questo blues della morosa (“figurati che metà delle mie lettere non ti pervengono”, maggio 1898). Scrive soprattutto a lei. Poi è giocarellone con questa storia delle cicche, è tutta un’ultima sigaretta (potevamo sospettarlo, sì). Lavora come un mus, cioè come un somaro, e non parla di letteratura, quasi niente, quasi mai: è uno che si dà un gran da fare e di nascosto plasma la doppia (tripla? Quadrupla?) personalità da scrittore. “Ho bazilato il bazilabile”, dice già nel 1901, cioè mi sono dato da fare quanto potevo, e via. Vuole bene all’Austria e già da giovane medita il trasferimento a Vienna, perché la capitale di Trieste era Vienna, da mezzo millennio abbondante. E là c’erano cultura giornali riviste (vizi), donne... e chissà dio. Vuole bene anche a Venezia, capiamoci: capita che sia da quelle parti il 25 aprile, per festeggiare san Marco. Poi ci deve andare spesso per lavoro, là nei paraggi (oh, quanto lavoro!). Svevo parla bene il veneto (il triestino “post porto franco” è un dialetto altro e diverso dal tergestino antico, di millenaria fortuna; è un altro dialetto, questo triestino che ben conosce Svevo, un dialetto forgiato sul veneto, speziato di parole slave, inglesi, spagnole, francesi, tedesche) e ovviamente parla l’italiano (rectius, il toscano). A dar retta a Filippo La Porta de «Il Riformista», quest’edizione è un “documento indispensabile per capirne tic, moventi e ossessioni, e soprattutto per illuminare la sua doppia identità di scrittore e impiegato, di artista e padre di famiglia, di letterato e uomo d’affari, di genio e borghese (un io di superficie e un io profondo: ma qual è quello “profondo”?)”. Per Ivan Tassi de «il Manifesto», “per chi scrive queste lettere, l’io è una creatura scissa e insidiosa, che nasconde sotto le sue superfici un «piccolo delinquente nevrotico», sempre pronto ad architettare bugie, sceneggiate e sotterfugi a discapito dei suoi destinatari. La battaglia fra le diverse persone che compongono il «letterato» finisce per generare un gioco di equivoci e contraddizioni che Svevo, attraverso la comunicazione epistolare, gestisce e complica in modo tutto suo”. L’opera è così strutturata: saggio di Federico Bertoni “Letteratura contro letteratura: le lettere di Svevo”; nota al testo di Simone Ticciati; lettere, divise per anno, dal 1885 al 1928; infine, indice dei nomi, indice delle opere di Italo Svevo, indice delle corrispondenze. Il prezzo proibitivo o meglio surreale (65 euro) racconta parecchio del senso di un volume come questo: per le biblioteche, per gli studiosi, per gli addetti ai lavori, per gli aficionados (fanatici, ossessi, invasati da Schmitz). Niente appassionati, nemmeno. Lettori generici, alla larga. Avete già avuto abbastanza svevate da leggere!