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Lettere da un carcere

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Filippo è in lutto: è morto suo padre, scrive, il suo supereroe. Ha avuto il permesso di uscire per andare al funerale, ma per via della pandemia di Covid-19 non ha comunque potuto partecipare; sua figlia gli ha permesso di seguirlo grazie a Whatsapp… Dejan sta vivendo un forte stress psicologico: il solito tran tran quotidiano, fondamentale in carcere per tenere a bada le preoccupazioni, è improvvisamente venuto meno con la pandemia. E gli esami per l’ammissione alla quinta superiore da privatista sono seriamente a rischio, dato che i professori non possono entrare nella struttura a consegnargli il materiale didattico… Claudio ha riscoperto la fede e la spiritualità, ma soprattutto la consapevolezza di se stesso: non ricordava più di essere “umano”, e invece, tutto l’amore e la positività di cui è capace stanno riaffiorando in superficie. L’isolamento causato dalla pandemia è stato una fonte di riflessione illuminante in tal senso, ma il vero merito va alla sua amica Ida, la volontaria che ha sinceramente a cuore tutti i detenuti: le righe scritte da Claudio traboccano di affetto e gratitudine per lei… E.H.F. è preoccupato per la sua famiglia in Argentina; la pandemia non ha fatto altro che aggravare una situazione economica già precaria e, scrive, sa bene che tra i suoi connazionali ci sono parecchie “teste calde”. Intanto, grazie al provvedimento (inevitabile) di Conte, la sua vetreria è costretta a chiudere fino a data da destinarsi…

Indubbiamente una testimonianza preziosa; la prova schiacciante di un lavoro svolto egregiamente dai volontari dell’Associazione Incontro e Presenza, che dal 1986 - anno della sua fondazione ad opera di Mirella Bocchini - portano sostegno ai detenuti delle carceri milanesi. Sostegno che non è solo materiale, benché anche questo sia fondamentale per sopperire alle condizioni di indigenza di detenuti e familiari (indigenza che può essere un grosso ostacolo per il reinserimento nella società alla fine della detenzione), ma che è soprattutto umano. Attraverso Ida Martone (autrice di questo libro, docente di religione negli istituti dell’hinterland milanese e attiva nell’Associazione dal 2010 nel carcere di Bollate) e tutta la rete di volontari come lei, la speranza ha varcato negli anni le sbarre di ferro. Ascolto, comprensione, compassione, dialogo; una miscela di positività che scava dentro, riuscendo con pazienza a tirare fuori il buono dell’essere umano: in un sistema giudiziario come il nostro, che tende alla riabilitazione, il reato non si cancella, ma non può essere il tratto definitivo e irreversibile con il quale identificare il detenuto. Le lettere riportate testimoniano come il seme piantato nel tempo dai volontari, cresce e resiste anche in una situazione limite come l’isolamento da Covid-19, un sentire evidentemente amplificato in carcere, regno a sua volta della solitudine: gli incontri in presenza sono quindi fondamentali, segno che chi sta all’esterno vuole dialogare con chi sta dentro oltrepassando il mero giudizio, ma quando questi vengono a mancare per cause di forza maggiore, è nelle lettere che si percepisce la volontà di continuare, svelando un legame di fortissima stima e amicizia tra detenuti e volontari. Attraverso un excursus degli incontri, delle tante iniziative culturali nelle quali i detenuti vengono coinvolti, dell’intenso botta e risposta rappresentato dalle lettere, Ida Martone vuole gettare luce su coloro che non possiamo vedere, su chi sta “dentro” a portare il proprio fardello, a riflettere sui propri errori cercando la forza per non cadere più. E la piccola galleria di foto alla fine del libro sembra proprio dire: guardateli, sono loro. Hanno un volto, e con tutta probabilità anche un’anima.