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Lettere di una vita

Lettere di una vita

Le lettere all’amica Madeleine Avot che coprono gli anni tra il 1919 al 1924 ci rivelano nella loro semplicità la giovane e affettuosa studentessa della Sorbona che Irène Némirovsky era, ci mostrano il suo affetto genuino per l’amica e la sua voglia di trascorrere con lei più tempo possibile, ci raccontano della sua spensieratezza della voglia di ballare e divertirsi prima del matrimonio con Michel Epstein (1926) e l’inizio della scrittura dei primi romanzi. A questo primo spensierato periodo seguono le lettere del decennio tra il 1929 e il 1939, gli anni della celebrità, dei successi, gli anni di David Golder - scritto con lo pseudonimo di Pierre Nery - portato in teatro e sul grande schermo, gli anni de Il ballo. E poi le lettere difficili, quelle dell’incertezza, scritte tra il 1939 e il 1941, nelle quali Némirovsky ed Epstein sono alle prese con le leggi antiebraiche e altre ottuse disposizioni legislative che impediscono ad un certo punto ad Irène di firmare col proprio nome e di utilizzare quello della governante delle figlie, Julie Dumot. Seguono le lettere scritte tra il 1941 e il 1942: le lettere dell’angoscia, le lettere difficili della separazione, degli arresti e della paura…

Lettere di una vita ci offre una Némirovsky molto privata. Non troviamo riflessioni sulla scrittura, sui romanzi di cui è stata autrice prolifica (suoi oltre sedici e più di cinquanta racconti) o sulla letteratura in genere; non ci sono in queste pagine - come ci si aspetterebbe - tirate sull’ambiente culturale ed intellettuale. Gli unici scambi con critici o scrittori come Henry Bernstein, Jacques-Émile Blanche, Henri de Régnier, Gabriel Marcel, Jacques Chardonne si limitano a messaggi formali di cortesia. Ci troviamo al contrario all’interno di missive private (delle quali mancano le risposte) in cui spesso sembra di osservare dal buco della serratura stanze che non conosciamo, spaccati intimi di una quotidianità alle volte insospettabile. Quella che ci troviamo nelle mani è una corrispondenza incompleta, ma non per questo meno interessante o intensa, nella quale non è difficile riconoscere anche nella semplicità la forza di una delle scrittrici più interessanti del Novecento.