Salta al contenuto principale

Lezione di calligrafia

lezionedicalligrafia

Una lezione di calligrafia, letteralmente. Come si afferra la penna, come si pongono le dita e come si tiene la mano sul foglio affinché le lettere scritte siano le migliori possibili; ma, in realtà, questa lezione è anche la lettera di un “io” che si rivolge a una “lei”, solo che la lei è permeata da uno strano mistero: ogni volta che viene nominata il suo nome cambia. E così, partendo da indicazioni da “manuale”, pian piano ci si ritrova immersi in una lezione di scrittura in senso letterario, poiché i nomi della destinataria sono tutti i nomi delle grandi protagoniste della letteratura russa: dalla ovvia Anna Karenina a Nastas’ja Filippovna de L’idiota di Dostoevskij… Poi, con il suo racconto, arriva Larionov: un anziano possidente russo ottocentesco, ormai in là con gli anni, che decide di scrivere le proprie memorie, partendo dai ricordi di infanzia e arrivando sino ai complicati anni della maturità. C’è dunque il suo primo amore, bruciante e poi disilluso, che lo conduce sino a un tentativo di suicidio, per fortuna non riuscito. E poi ci sono gli anni del matrimonio, in cui l’uomo si ritrova da un giorno all’altro legato a una donna di cui sa ben poco, e perciò ben presto si chiederà cosa lo abbia spinto a sposarla. Ma soprattutto giunge infine il fatidico 1825, in cui lui, seppur conducente una vita tranquilla, si ritrova, in parte contro la sua volontà, coinvolto nell’insurrezione decabrista, uno degli innumerevoli passaggi storici che sconvolsero la Russia…

Il libro, nell’edizione italiana, racchiude in sé due storie ben distinte. La prima è appunto un racconto breve, Lezione di calligrafia, in cui Shishkin ci dimostra tutto il suo folle amore per la letteratura del proprio Paese, in un esercizio di stile dichiarato sin dal titolo. Nella breve composizione, lunga poco più di venti pagine, raduna perciò citazioni su citazioni, non solo nei nomi; sorge di conseguenza la spontanea curiosità di leggere il testo in lingua originale, per cogliere altri innumerevoli riferimenti che sicuramente la traduzione cela per le differenze linguistiche. Poi troviamo invece il romanzo vero e proprio: Memorie di Larionov. In esso non vi è spazio per gli esercizi di stile, e siamo perciò nel campo della pura narrativa. Anche in questo caso, però, è palese il desiderio di Shishkin di comporre un’opera che si rifaccia palesemente a tutta la grande tradizione del romanzo russo. Se si ama insomma quell’enorme fetta di storia della letteratura, di certo questo è un romanzo che non delude. Al contempo, però, bisogna anche riconoscere che i riferimenti ai Grandi (con la G maiuscola) sono a volte così evidenti da obbligare a un confronto, e Shishkin, per quanto bravo, non è comunque Tolstoj né Dostoevskij. Sembra però voler divertirsi lui stesso a questo gioco delle somiglianze, e quindi pare consapevole delle proprie doti, ma anche dei propri limiti. Altro punto interessante del romanzo è l’utilizzo che fa l’autore degli eventi storici di duecento anni fa all’interno di un libro russo odierno. Alcuni discorsi dei personaggi, infatti, lamentano la scarsa libertà e una corsa sfrenata verso il bellicismo, e sembrano perciò evidenti i riferimenti alla situazione politica russa degli ultimi venti anni. E si sa: se certe cose non si possono dire alla luce del sole, come sempre la letteratura offre uno scudo perfetto.