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Libero di sognare

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Alla domanda su come si diventa un campione, lui risponde sempre: “Fate ciò che vi appassiona. Solo così potrà nascere qualcosa di straordinario e inimmaginabile”. Franco Baresi parla di sé, del campione bambino, di quando tirava volentieri calci a un pallone insieme ai compagni di gioco, racconta il suo amore per la natura, il suo avere memoria solo per le cose davvero importanti: passioni, incontri fortuiti, incidenti, persone eccezionali, dolori laceranti e gioie assolute. Cinque i fratelli Baresi, tra cui due femmine, la più grande e la più piccola, ovvero la cocca di tutti. Una mamma che si occupa di tutto, che accudisce i figli perché non appaiano trascurati, con un’attenzione anche alle piccole cose, atteggiamento che Franco si riconosce nei suoi gesti di tutti i giorni. Va all’asilo a quattro anni, ma non si trova bene: è timido, introverso e necessita di tempo per abituarsi a tante facce nuove. A volte non mangia nemmeno, tanto è abituato ai cibi preparati dalla mamma. A ripensarci ora, forse è per questo che è ancora al Milan e non ha mai cambiato bandiera dopo quarant’anni dal primo ingresso a Milanello. Cresciuto in un casale di campagna, con il bagno all’esterno e l’acqua sul fuoco per lavarsi, quando gioca a pallone con gli amici, dopo essersi presi cura degli animali domestici, ogni oggetto rotondeggiante è un pretesto per tiri, dribbling, passaggi e non è importante se il pallone è solo un mucchio di stracci, o se ha qualche bitorzolo da qualche parte, non è importante la forma o il materiale, ma avere la possibilità di giocare. Finché poi non arriva il pallone di cuoio, del tutto simile a quello che si usa nei campi da gioco, di cui aver cura come se fosse un bene prezioso, per farlo durare il più a lungo possibile. Non è importante vincere, ma sentirsi liberi, esserci e giocare...

Se ci è mai capitato di farci delle domande specifiche sulle emozioni che si provano facendo determinate cose, siamo in buona compagnia, perché Franco Baresi prima di provarle se l’è chiesto e ce le ha raccontate tutte in questo libro autobiografico, in cui parla soprattutto proprio di emozioni vere derivanti da una passione senza fine. È stato un bambino innamorato del calcio, ancor prima di vederlo giocare, semplicemente dando voce ai propri istinti, è stato un ragazzino che ha scoperto il calcio in tv improvvisamente, in una notte del 1970, il 17 giugno in particolare, durante il campionato del mondo in Messico, scoperta avvenuta con quella partita che nell’immaginario collettivo rappresenta l’incontro del secolo, ovvero la semifinale Italia - Germania Ovest, finita 4-3; un bambino che vede i suoi campioni per la prima volta in faccia e che si chiede come deve essere ascoltare l’Inno di Mameli davanti a centomila tifosi... Chissà cosa si prova a indossare la maglia azzurra della Nazionale? E chissà cosa si prova ad alzare un trofeo? Solo per aver visto quella semifinale, Franco Baresi non ha dormito quella notte per le troppe emozioni. E pensare che poi ha vissuto tutto questo e molto di più nel percorso della sua carriera. Ecco, un libro che non parla di schemi tattici, o di gesti atletici, ma delle emozioni, che mette uno dei tanti grandi del calcio a terra tra gli uomini e come tale in grado di far battere il cuore. Ma forse tutto questo da Franco Baresi potevamo anche aspettarcelo, no?