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Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici

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Accade quando ha cinque anni. Lui è un bambino - con ogni probabilità il suo nome è Celestino - alto, sottile e con gli occhi azzurri e un giorno trova nel suo giardino un’enorme fragola rossa. Daria si innamora del bambino, della storia e del libro, che rimane al sicuro a Ferrara, a casa della madre dell’autrice sino alla morte di quest’ultima, quando la casa viene svuotata e il libro si trasferisce a Milano, dove Daria lo consegna nelle mani della figlia Emilia, che ha all’incirca l’età di Celestino. Quando Emilia, crescendo, muta i suoi gusti di lettrice, il libro finisce in cantina e, quando la cantina si allaga, il primo amore di Daria è destinato al macero. La storia di Celestino è luminosa e racconta una felicità semplice e buona. Parla di un giardino e anche Daria bambina ha il suo giardino. Si tratta di quello della casa dei nonni, ai piedi delle colline bolognesi. La piccola Daria trascorre in quel luogo tutte le estati della sua infanzia. Lì gioca a sfidarsi con i suoi cugini nella preparazione di torte di terra. Vince chi realizza la più bella e una volta vince Lorenzo, che decora la sua con piume e uova striate di merda di gallina. È in quel giardino che Daria si rende conto che, mentre i suoi compagni di gioco se la cavano bene con la corsa, la sua arma più potente è la parola. Lei sa chiacchierare molto e bene, perché è un’accanita lettrice. Mentre i cugini occupano il loro tempo libero praticando un’attività sportiva o giocando in cortile, lei se ne sta in casa a leggere, perché ha una madre ansiosa che teme che la piccola prenda freddo o finisca investita da un’auto. Daria bambina vive come uno scoiattolino: in inverno esce di casa solo per andare a scuola e d’estate, dai nonni, può scorrazzare nei boschi. Tutto cambia verso i dodici anni, quando arrivano i romanzi per adulti e la sua vita subisce una svolta…

Daria Bignardi è una scrittrice sincera. È questa la prima riflessione che la lettura del suo ultimo lavoro suggerisce. Nelle storie, spesso piuttosto brevi, che costituiscono una sorta di diario di vita scandito dalle letture e dai libri che hanno accompagnato il suo cammino, la Bignardi pone l’accento sulle piccole cose che ne disegnano la storia familiare; racconta il dolore che in quegli stessi libri trova rifugio; rivela gli abissi sui quali è inevitabile sporgersi; osserva con sguardo pieno di profondità e affetto il mondo. Kafka scriveva che si dovrebbero leggere solo i libri “che mordono e pungono”, quelli che devono essere asce che feriscano la nostra coscienza, per renderla poi più sensibile. La Bignardi ha fatto esattamente questo: ha offerto al lettore - attraverso il racconto delle letture che le hanno rovinato la vita spingendola a riflettere su ciascuna di esse - frammenti scomodi e dolorosi della sua esistenza, raccontata come sua abitudine senza fronzoli e coltivando quel sottile gusto per una provocazione garbata, una sorta di filo rosso che collega ogni suo lavoro. Un’autobiografia insieme ironica e cruda, un viaggio tra malinconia e passione. Ed è proprio la passione il sentimento che meglio descrive il rapporto tra l’autrice e i suoi libri, oggetti dal potere terapeutico, al pari dei medicinali, e in grado quindi di fare male o bene, a seconda dei casi. Libri ironici, drammatici, avventurosi, misteriosi, illuminati. Letture che invitano alla più temeraria delle scoperte, quella legata alla conoscenza di sé e delle proprie complessità, fatte di luci ed ombre. Dodici capitoli per un memoir di formazione coraggioso, ricco, genuino e a tratti spietato. Una sorta di confessione condensata nelle parole di Virginia Woolf, che la Bignardi pone in esergo: “Se non vivessimo alla ventura, prendendo il toro per le corna e tremando sui precipizi, non saremmo mai depressi, senza dubbio; ma già saremmo appassiti, vecchi, rassegnati al destino”.