È difficile trovare l’America

È difficile trovare l’America

Alla fine degli anni Cinquanta gli Stati Uniti prendono la rovinosa decisione di impantanarsi in uno dei tanti conflitti militari disastrosi, la guerra del Vietnam. Molti americani allora scendono in piazza per manifestare il loro malcontento contro una politica estera scellerata e insensata. Tra di loro c’è anche Fay, che non ci sta a rimanere nel proprio Paese senza dimostrare il suo odio per il suo governo e stare a guardare come lo stesso fa scempio di popolazioni innocenti. Le sue battaglie devono farsi per strada, in tutte le strade, anche fuori dai confini statunitensi, anche in Ecuador, in compagnia di suo figlio Wright che è contento di seguirla ovunque e di vivere con lei una vita folle. A loro non interessa vedere in televisione Vincent Kahn mettere piede sulla Luna. Proprio quell’uomo che Fay aveva già conosciuto in realtà in un bar, quando giovane cameriera riceveva complimenti non richiesti dagli avventori o mance poco redditizie. Era una vita fa, quando ancora aveva amiche con cui condividere foto da appendere al muro con lo scotch o a cui non raccontare storie d’amore non accettabili per non dover sentirle farsi una lezione sui sentimenti. Quando per il proprio compleanno ordinava saponette in un catalogo e le riceveva per posta. Tempi di cui, a voler ben vedere, non ci sono più ricordi perché quelle foto, su sua richiesta, sono state distrutte per sempre dai suoi genitori…

Kathleen Alcott racconta il suo Paese attraverso un lungo e stratificato romanzo che giunge quasi fino ai giorni nostri. L’autrice in un’intervista ha detto che aveva sempre voluto scrivere degli Stati Uniti e delle loro trasformazioni sino all’anno della sua nascita, il 1988. Sono trent’anni quelli descritti, anni in cui gli Stati Uniti diventano il grande Paese che sono, attraversando periodi bui e pieni di errori non solo apparenti. E proprio quegli anni sono il territorio in cui affondano e si sono formate le radici della stessa Alcott. L’impresa, ovviamente, è ambiziosa: è difficile raccontare un Paese che dimostra sempre di essere tutto e il contrario di tutto. La prima parte è forse quella più coinvolgente, in cui le descrizioni dei personaggi sono perfettamente in linea con la voglia di novità e di progresso che accendeva i reattori e i laboratori governativi. Il desiderio è palpabile, così come il caldo estivo e il sole. Dopo una partenza così riuscita, la parte centrale smorza un po’ gli entusiasmi, ma si viene ripagati da una parte finale assai ben costruita. Si deve riconoscere alla scrittrice americana un superbo uso delle parole e delle immagini che portano con sé. Forse l’introduzione di così tanti livelli narrativi confonde un po’ e a tratti si ha l’impressione che alcuni di questi percorsi non portino a nulla; come se la stessa Alcott non volesse prendersi la briga di portare a termine alcune trame, che ritiene secondarie.



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